Passiamo a Sommer… Questa volta sarò più breve.
Fra Taylor e Sommer (come fra Taylor e la Yourcenar, del resto) ci sono due guerre mondiali e l’incubo del totalitarismo, e questo nel libro si sente. Il romanzo è stato pubblicato nel 1955 nella Repubblica Democratica Tedesca, e per questo ha avuto una diffusione limitata e non è mai stato tradotto.
Sommer (Iglau [Jihlava] 1888-Londra 1955) era ebreo – fuggì dai Sudeti nel 1938 con l’ultimo treno per Praga - e quindi nel suo libro dà molto spazio ai rapporti di Adriano con gli ebrei. Un altro aspetto su cui insiste è la dialettica libertà-schiavitù. Gli ebrei sono “interiormente schiavi della legge” e proprio per questo non accettano altro signore che Dio (anche se i più moderati si augurano che Adriano non li costringa a scegliere). Antinoo è nato libero, ma i confini fra libertà e schiavitù sono molto labili, quando si sta così vicino al potere assoluto.
Il titolo completo è
Antinous, oder, Die Reise eines Kaisers [Antinoo, o, Il viaggio di un imperatore], ed è articolato in capitoli che corrispondono ad altrettante tappe: Antiochia, Palmira, Damasco, Cesarea, Tiberiade, Gerusalemme, Alessandria, Menfi, Ermopoli, Tebe, Bithynos – Bene Berak, Elia Capitolina.
Non c’è una tappa a Roma, ma Sabina fa parte della carovana, e all’inizio del libro passeggia con Adriano nei giardini di Dafne, ad Antiochia. Sabina è contenta di avere finalmente un po’ di parte nella vita del marito. Adriano le ricorda il giorno in cui, a Claudiopolis, hanno incrociato per strada un giovane pastore. Sabina ha dimenticato l’episodio, Adriano no. Non capita tutti i giorni di vedere un così bel ragazzo. Quando Sabina gli chiede perché mai non se lo sia portato via subito, Adriano risponde che non lo sa. Lui stesso si è ricordato del pastore solo perché ha visto una statua di Mitra con lo stesso viso. Il giovane di Claudiopolis, però, è di puro sangue greco. Adriano l’ha chiamato a corte, e sta arrivando.
Più tardi, Adriano discute con l’architetto Apollodoro una serie di progetti, e gli chiede chi sia il miglior scultore disponibile. Sarebbe un peccato non commissionargli una statua del giovane pastore (“la vista del giovane Mitra me l’ha ricordato; ma ora capisco chi mi ricorda in realtà: Bacco davanti alle porte degl’Inferi, Bacco che riporta alla vita sua madre Semele”). Ancora più tardi, una confraternita orfica dona ad Adriano una statuetta di Zagreo, e di nuovo l’imperatore nota la somiglianza.
Diciamo subito che in questo libro Antinoo e Adriano non vanno mai a letto insieme. Perché, dice Antinoo “Socrate e Platone erano ricchi. Se davano il corpo, rimaneva loro lo spirito. Io non ho che questo corpo”. Obbedirebbe a un ordine, ma, naturalmente, Adriano non intende costringerlo.
Però la cosa inquietante è che Antinoo odia il proprio corpo (“quest’opera d’arte non riuscita, questo strumento inservibile”). Perché la bellezza non serve a nulla (a questo Oscar Wilde aveva già cercato di rispondere, ma prima che si aprissero gli inferni del ventesimo secolo). Gesù, pensa Antinoo leggendo il Vangelo di Luca, non era certo bello, era un falegname dalle mani callose, abile nel suo lavoro. Meglio degli dèi dell’Olimpo, pigri e ghiottoni.
Allora, che cosa ama Antinoo? L’imperatore come padrone del mondo, che quindi ha potere di cambiare il mondo e fare la felicità degli uomini (“Hai il cuore troppo grande – commenta Adriano – io mi contenterei di essere amato come individuo, comincio a farmi vecchio e ho bisogno di calore”).
In Egitto, la notte prima di imbarcarsi per il viaggio sul Nilo, Adriano sogna che Antinoo è fuggito. Lo insegue per le strade di una città che può essere Alessandria, Antiochia o Atene, ma più corre e più veloce si fa la corsa del giovane, che alla fine scompare. Al risveglio Adriano si interroga, si dice che forse ha sempre pensato più a se stesso che all’amato, ma cos’ha da rimproverarsi, infine? Senza di lui, Antinoo avrebbe vissuto un’esistenza oscura, senza potere, senza influenza. Perché allora il ragazzo non sembra felice? Gli dispiace che lo credano il compagno di letto dell’imperatore? Ha nostalgia della Bitinia? Adriano lo chiama, gli chiede se voglia andarsene. Se vuole tornare a casa, può partire subito, prima che risalgano il Nilo. Antinoo non riesce a parlare. Non riesce a pensarsi separato da Adriano. E’ libero, ma non vuole fare uso della sua libertà.
A Menfi, Adriano scende nel sepolcro intatto di un antico Faraone, spezza i sigilli della camera sepolcrale (ma rinuncia a fare aprire il sarcofago). All’uscita, viene punto da un insetto, e pochi giorni dopo, quando lo sbarcano a Hermopolis, è in fin di vita. Lucio e Sabina isolano il malato e assumono il controllo della situazione. Quando Antinoo cerca di vedere l’imperatore, Lucio lo mette agli arresti sulla nave. Ma il comandante, contrariamente agli ordini ricevuti, non fa incatenare il ragazzo (chissà, l’imperatore potrebbe ancora riprendersi…).
Se agli dèi dell’Olimpo nessuno crede più (lo dice Adriano stesso), Antinoo crede ai demoni, questi esseri “senza corpo, senza volto”; ci crede con la paura ancestrale di un uomo delle caverne. Se Adriano, nella sua imprudente visita alla tomba, è caduto preda dei demoni, nemmeno gli dèi possono salvarlo. Ma senza Adriano, la vita di Antinoo non ha più senso. Potrà salvare se stesso solo se salva Adriano; morendo, darà senso alla sua vita. Così si getta nel Nilo dalla finestra della cabina. L’ultima cosa che vede è il volto dell’imperatore, un immane volto di pietra che lo inghiotte. Il suo corpo non verrà mai più ritrovato.
Intanto Adriano fa un altro sogno: al suo capezzale compare Toth, lo psicopompo (a proposito, vi piace
American Gods di Neil Gaiman? E’ uno dei miei libri preferiti), che gli ordina di seguirlo. Questo è un viaggio nel viaggio, ed è l’ultimo. Adriano si meraviglia che un ibis gli dia degli ordini, e ancor più si meraviglia di venir giudicato da un’assemblea di animali presieduta da un morto. Ma quando Toth gli toglie il cuore dal petto per pesarlo, Adriano sente la sua stessa voce pronunciare la formula del Libro dei morti “Mio cuore, non testimoniare contro di me”… e in quel momento qualcuno bussa timidamente alla porta bronzea del tribunale. Osiris ordina a Toth di andare a vedere. Toth apre la porta, e riferisce: “Fuori sta un’anima, dice che il suo corpo galleggia nel Nilo. Io non l’ho chiamata. Si offre volontariamente in cambio dell’anima dell’accusato.” “Esamina il suo cuore – risponde Osiris – per saggiare se l’offerta è schietta e piena.”
Dopo un tempo che ad Adriano pare infinito, Toth risponde di sì. Poi, con mano leggera, rimette il cuore di Adriano al suo posto e lo riporta a Ermopoli.
Adriano si sveglia. Sta benissimo. Chiede di vedere Antinoo…
Potrei ancora dirvi che poco dopo scopre in cielo una nuova stella, una stella che nessun altro vede, ma la cui presenza gli astronomi di corte fanno a gara a confermare; che i compaesani di Antinoo, alla notizia della morte del ragazzo e della sua divinizzazione da parte del suo assassino, si sfrenano come baccanti, e rimarranno per sempre estranei e irriducibili sia alla romanità che al cristianesimo; ma preferisco chiudere con le ultime parole di Adriano, inginocchiato davanti all’immagine di Antinoo: “Ti ho immolato al mio egoismo. Mi assisterai nella mia ora più difficile? Mi rischiarerai la via col tuo sorriso?”
La statua guarda oltre, verso qualcosa di lontano e d’ignoto. Adriano si rialza a fatica, ritrova a tentoni il suo scranno.
"Si destreggiava con scioltezza e ignoranza in diverse lingue". (Borges)