La corte del gaio sapere - Cesare+Miguel+Angelo lover's

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Alessandro Magno, Alexander the great
view post Posted on 7/11/2009, 11:14P_QUOTE

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 22/11/2009, 23:04


Ogni qual volta si affronta il mondo antico occorre fare riferimento alle fonti storiche che in questo caso sono Strabone e Svetonio. Da loro si apprende che la tomba di Alessandro era in un grande sarcofago d'oro poi sostituito in vetro, per fondere l'oro, da Tolomeo X, mentre Tolomeo IV fece la traslazione dalla prima tomba (qualcuno aveva ipotizzato l'oasi di Siwa che comunque non fu la sistemazione definitiva)alla tomba definitiva in un luogo prestigioso di Alessandria e in un importante incrocio viario che sembra sia stato individuato dagli ultimi scavi. La mummia reale quindi era in un sarcofago di vetro riempiuto di miele ottimo ossidante e gli imperatori romani da Augusto in poi sino a Caracalla spesso ne visitarono la tomba: si ricorda, aspetto molto importante, che quando Augusto ne aprì la tomba per depositare una corona d'oro sul capo questa ruppe il naso alla mummia e successivamente aprirono il sarcofago Caligola ma soprattutto Caracalla che vi depose all'interno proprio i LIbri Sibillini a perpetua memoria. Questo dunque ci dicono le fonti antiche, ma ora vediamo meglio.
Gli studiosi avrebbero, tra l'altro, identificato il motivo che ha scatenato la febbre alla base dell'astenia e della debolezza di Alessandro, risultategli poi letale nel 323 a. C. a soli 33 anni d'età. Sarebbe stata una forma malarica, la cosiddetta febbre del Nilo, periodicamente diffusa in tutto il Vicino Oriente da volatili nilotici (simili a corvi) durante le loro migrazioni. Dai sintomi descritti dai biografi sembra questa la ragione del decesso, che colpì con rapidità il sovrano a Babilonia, e non un veneficio da parte della moglie Roxane, che mai aveva digerito il rapporto ambiguo del consorte con l'amato Efestione, a sua volta mancato poco prima. Faraonici furono i funerali in Persia e faraonico fu il carro che trasportò la salma regia in Egitto, Paese, che l'aveva divinizzato e che ora lo accoglieva per l'eterno riposo. Una tomba spettacolare fu edificata e rimase ad esempio di tanta grandiosa maestà fino alla sepoltura definitiva, fatta innalzare, come anticipato, da Tolemeo IV più di 100 anni dopo. Come si presentava questo imponente monumento funerario? Mistero. Gli storici dell'epoca non lo descrivono e sembrano scaramanticamente ignorarlo; si tramandano solo dicerie scandalistiche, sorta di gossip dell'antichità, che tuttavia bastano a lasciar intuire l'importanza che la tomba di Alessandro rivestì nei secoli. Si può ricordare a tal proposito l'illazione - forse con una base di verità, ma sicuramente esagerata ad arte dalla propaganda contro la casa reale dei Tolemei, a lungo sovrana in Egitto (fino a Cleopatra) - per cui Tolemeo X (I sec. a. C.), a corto di denaro, avrebbe dato ordine di fondere il sarcofago del sovrano macedone e di rimpiazzarlo con un altro di vetro.
"Siamo a due passi dalla scoperta del secolo! Nel giro di poco tempo potremmo trovare i resti della tomba di Alessandro Magno!". E' categorico Jean Yves Empereur, Direttore del Centre d'études alexandrines, impegnato nello scavo sistematico dell'immensa necropoli dell'antica Alessandria d'Egitto, che, allestita all'inizio del periodo ellenistico (attorno al 300 a. C.), è stata utilizzata fino ai primi secoli della cristianità e dunque conserva migliaia di sepolture.
Al di là di sporadici e oltraggiosi cambiamenti, le cui tracce sono offuscate dall'oblio dei secoli, la tomba di Alessandro, il famoso "séma", si conservò per secoli, fino all'epoca romana inoltrata; e fu meta di continuo pellegrinaggio, anche da parte di importanti personaggi dell'Urbe (da Cesare a Caracalla), che a lui si ispiravano. Poi Alessandria sembrò essere colpita da amnesia e ignorare l'esatta ubicazione del simbolo stesso della propria origine. La sepoltura del Grande re, del discendente dei faraoni non fu più rintracciabile, provocando in qualche modo l'uscita dalla storia Alessandro e il suo ingresso nella leggenda, nel mondo imperituro del mito. Le tracce del Mausoleo si perdono a partire dal periodo cristiano (forse per propaganda, più probabilmente perché mangiato dall'urbanizzazione selvaggia), tanto che attorno al 400 San Giovanni Crisostomo domandava ai fedeli in un'omelia: "Ditemi, dove si trova il 'séma' di Alessandro?".


Riguardo alla fomaso lastra scolpita io stesso ho avuto modo di esaminarla ed è proprio di pietra di Aurisina con cui sono fatti tutti i monumenti di Altino e con cui furono anche costruiti gli edifici di Venezia compreso la stessa basilica marciana. La pietra di Aurisina è calcarea e di colore grigio e credo che nessuna altra pietra nel mondo antico possa confondersi con essa. Inoltre i simboli macedoni si sono diffusi in epoca ellenistica in tutto il bacino del Mediterraneo e vi sono persino delle tombe etrusche che li rappresentano compreso la stessa stella macedone ed è troppo poco per poter pensare che questa pietra appartenesse al Mausoleo alessandrino: si tratta di immagini funerarie molto diffuse anche in epoca romana nel primo periodo repubblicano e possono arrivare anche alla prima epoca imperiale. Altino era un grande porto nell'Adriatico, uno dei più importanti, addirittura centro di soggiorno al pari di Baia e questi elementi stilistici possono ben spegarsi in una grande area portuale particolarmente aperta da un punto di vista culturale ad artistico verso l'oriente.
 
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view post Posted on 7/11/2009, 16:41P_QUOTE
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Status: Online: ultima azione eseguita alle ore 18:08, 2 minuti fa


CITAZIONE
La pietra di Aurisina è calcarea e di colore grigio e credo che nessuna altra pietra nel mondo antico possa confondersi con essa.

Mah, io dico che nel frattempo sarebbe meglio fare delle analisi più approfondite e poi vediamo. Per il momento resto scettica.
 
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view post Posted on 8/11/2009, 22:01P_QUOTE

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 22/11/2009, 23:04


Credo che comunque per ristabilire definitivamente la verità occorrerà riesumare il corpo del santo per farne comunque un'analisi scientifica come è accaduto a Padova per il corpo di Sant'Antonio di cui è stata fatta anche una ricostruzione facciale.
E' veramente incomprensibile l'ostilitità del Patriarcato di Venezia per un'operazione di questo genere.
Ricordo, però, che ad un cero punto della costruzione della basilica di San Marco le ossa scomparvero e poi ricomparvero miracolosamente; che non ci sia qualche sospetto di sostituzione o di vera scomparsa.
Se comunque vi sono ipotesi di non autenticità perchè non riusumare il corpo dell'Evangelista?

Ecco notizie del ritrovamento miracoloso del corpo del santo nella basilica, dopo che era scomparso. Come si vede ci sono forti dubbi di non autenticità del corpo del santo oggi custodito nella cripta.
La prima Chiesa dedicata a San Marco fu costruita accanto al Palazzo Ducale nell'828 per ospitare le reliquie di San Marco trafugate, secondo la tradizione, ad Alessandria d'Egitto da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. Questa Chiesa sostituì la precedente cappella palatina dedicata al santo bizantino Teodoro (il cui nome era pronunciato dai veneziani Tòdaro), edificata in corrispondenza dell'attuale piazzetta dei leoni, a nord della basilica di San Marco. Risale al IX secolo anche il primo Campanile di San Marco.

La primitiva chiesa di San Marco venne poco dopo sostituita da una nuova, sita nel luogo attuale e costruita nell'832; questa però andò in fiamme durante una rivolta nel 976 e fu quindi nuovamente edificata nel 978. La basilica attuale risale ad un'altra ricostruzione (iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063 e continuata da Domenico Selvo e Vitale Falier) che ricalcò abbastanza fedelmente le dimensioni e l'impianto dell'edificio precedente. La nuova consacrazione avvenne nel 1094; la leggenda colloca nello stesso anno il ritrovamento miracoloso in un pilastro della basilica del corpo di San Marco, che era stato nascosto durante i lavori in un luogo poi dimenticato. Nel 1231 un incendio devasta la Basilica di S.Marco che viene subito restaurata ed è quella che oggi ancora vediamo.

Nel giugno del 1094, mentre prosegue la costruzione della terza basilica, iniziata nel 1063, il corpo del santo non si trova più. Tra i pianti e le preghiere della città, dopo giorni di digiuno, il 25 giugno il santo rivela dove stanno le sue reliquie al doge Vitale Falier, al vescovo Domenico Contarini, ai nobili e al popolo riuniti nella basilica, sporgendo un braccio da un pilastro, precisato dall'antica tradizione sul lato destro della basilica. La chiesa si riempie di soavissimo profumo.
Una volta trovato il corpo del santo grazie a questo prodigio, appena viene esposto al centro della nuova basilica, hanno inizio le feste devote. I pellegrini per onorarlo giungono da Venezia e dal resto dell'Europa.
L'8 ottobre 1094, il corpo del santo viene collocato entro un sarcofago dal doge Falier nella cripta che viene ampliata per la circostanza. Oggi può sembrare incomprensibile la credenza che un essere umano possa emergere da una colonna, da un blocco di pietra. Siamo abituati a considerare la pietra e i muri come sostanze inorganiche, morte.
 
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view post Posted on 8/11/2009, 22:21P_QUOTE

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Riporto ancora alcune mie osservazioni fatte a suo tempo, penso che possano essere utili per eseminare la difficile questione

Quando nel 1962 gli operai della Procuratoria di San Marco scavarono le vasche idriche per il nuovo impianto antincendio della Basilica e trovarono tra le fondazioni dell’abside la grande lastra decorata con lo scudo stellato, si resero subito conto dell’importanza del ritrovamento. Purtroppo la documentazione e la raccolta meticolosa di tutti i dati relativi agli interventi di scavo e restauro non era negli anni '60 del secolo scorso una pratica regolare: se è vero che la Basilica di San Marco ha subito nei secoli numerosissimi restauri e scavi, senza praticamente soluzione di continuità, è vero anche che solo negli ultimi decenni si è proceduto alla conservazione e pubblicazione meticolosa di tutto il materiale. Si riassumono qui le informazioni rese dagli studi finora editi riguardanti la lastra, ponendo il suo rinvenimento in un contesto interpretativo definito: i documenti archivistici si affiancano così alla ricerca di altre fonti documentarie antiche, ad aprire nuove possibilità di indagine. Ferdinando Forlati, ingegnere e Proto della Basilica di San Marco allora scrisse: “Con il restauro si ebbe l’analisi delle fondazioni dell’abside maggiore, conclusa nell’estate del '62 raggiungendo la palificata, lo zatterone e la sovrastante struttura muraria, in grandi blocchi di macigno e di granito, non di pietra d’Istria. Fra queste apparve anche un masso di trachite scolpito. L’ornamentazione, senza dubbio anche per la fattura, sono romane, ma non certo comuni; è probabile che il blocco appartenga ad un monumento funerario di un soldato di età abbastanza antica, del I secolo d.C”. Si dimostrò che anche l’abside maggiore della cripta appartiene alla prima chiesa di Partecipazio”. Forlati utilizza il nuovo reperto a sostegno della sua ricostruzione sulle fasi di edificazione della Basilica, ma non si preoccupa di analizzare in dettaglio il reperto: la sommaria descrizione dell’oggetto e la datazione senza fondamento documentario né mineralogico (trachite, I sec. d.C.), sono state ritenute valide fino agli studi più recenti, come testimonia l’unica schedatura completa del Lapidario marciano, operata da Chiarotto 1991 per la sua tesi di laurea. La lastra viene osservata quindi come materiale di reimpiego, come tanti altri elementi marmorei scolpiti estratti dalle fondazioni, che ora possiamo ammirare murati all’esterno della cappella di San Pietro o nel Lapidario allestito proprio da Forlati nel 1969 nel chiostro di S. Apollonia. Nel 1975, in occasione di una importante pubblicazione sui restauri della Basilica pubblicata in collaborazione con la moglie, l’archeologa Bruna Forlati Tamaro, Forlati tratta della provenienza dei materiali di reimpiego: “San Marco venne eretta sopra un terreno malfido […] Sulle isole della laguna manca del tutto la pietra come l’argilla per la fabbricazione di laterizi. Ma i Veneziani potevano accedere alle rovine delle costruzioni tardoromane della costa, di Altino in primo luogo. E qui infatti si trasportarono per la nuova chiesa grandi blocchi di pietra d’Aurisina; taluni sono squadrati, altri già lavorati perché provenienti da monumenti; di più, furono portati grandi quantità di laterizi pure romani, alcuni dei quali portano il bollo di fabbrica”. Nello stesso volume Forlati cita inoltre il celebre passo del testamento del doge Giustiniano Partecipazio, fonte principale per gli studi sulla fondazione della Basilica di San Marco: “De corpus vero beati marc[i Felicita]ti, uxor mee, [volo], ut hedificet basilicam ad suum honorem infra territorio sancti Zachariae […] Quiquid exinde [in Equilo] remanserit de lapidibus et quidquid circa hanc [p]e[tram] iacet et de casa de Theophilato de Torcello heddificentur basilicha beati evangeliste” e così commenta: “Ora fra queste pietre vi possono essere le sculture tardo-antiche che ora in buona parte sono ordinate nel lapidario creato nel chiostro di S. Apollonia, anche se, come nota il Demus, non siamo in grado di affermarlo con sicurezza. Ma vi erano anche, e soprattutto, le pietre usate nelle fondazioni che hanno ancora il taglio proprio della tecnica romana e che si ritrovano identiche sia nella torre eretta nello stesso periodo a difesa dell’Abbazia di S. Ilario, sia nella fondazioni del campanile, universalmente riconosciuto come opera del sec. IX”. L’indicazione è evidentemente generica, e la provenienza dei materiali antichi dal litorale nord adriatico nella fondazione dell’intera Venezia è presentata come dato accertato: l’intera Basilica si fonda su grandi conci di pietra recuperati da strade, monumenti, edifici antichi. Scrive Cecchi 2003: “Il reimpiego era una regola che a Venezia trova una delle sue massime espressioni. Qui il tessuto urbano è oggetto di un continuo riuso, niente viene inutilmente disperso e ogni edificio è un palinsesto di difficilissima lettura, in cui il presente e il passato si fondono in una sintesi che contribuisce ad alimentare il fascino di una fondazione incerta a partire dalla medesima terra in cui si trova”. La lastra ritrovata certo spiccò per le dimensioni, e probabilmente proprio in forza di quelle dovette anticamente essere stata considerata materiale di pregio, al punto da essere posta in testa all’intera basilica, nelle poderose strutture esterne dell’abside. L'iconografia del manufatto però negli anni Sessanta non fu oggetto di particolari attenzioni: l’immagine scolpita fu correttamente ricondotta a un ambito militare di epoca romana, ma non identificata come direttamente appartenente alla casata macedone. Tale decorazione con panoplie, lance ma soprattutto con lo scudo con la stella argeade, pur non rarissima forse all'epoca del rinvenimento della lastra non era così immediatamente eloquente come è ai nostri occhi: solo dopo il 1977 infatti, in seguito alla scoperta a Verghina della tomba di Filippo il Macedone e del suo meraviglioso tesoro, la stella divenne (non solo per gli studiosi) l'emblema più noto della casata di Alessandro. L’'invisibilità' del soggetto risulta particolarmente interessante dal punto di vista metodologico e della storia degli studi archeologici e iconografici. Il ritrovamento della lastra di S. Apollonia venne circoscritto in un preciso contesto di ricerca e di studi, in base ai quali si guardava esclusivamente alla sua funzione di spolium; posto all'interno di un ingranaggio critico complesso come appunto il dibattito sulla conformazione della Basilica particiaca del IX secolo e sulle successive integrazioni o rifacimenti nel X e XI secolo, la lastra non venne mai analizzata nella sua individualità di manufatto artistico da interpretare dal punto di vista storico. Com’è noto, infatti, San Marco conosce diverse fasi di costruzione: secondo le fonti vi sarebbero tre 'basiliche' stratificate, che l’archeologia unita al restauro cerca ora di individuare e di documentare con i dati materiali. Certo è che la fondazione e la edificazione della cosiddetta ‘prima basilica’ si debba alla volontà del doge Giustiniano Particiaco (o Partecipazio), che lasciò nell’829 testamento affinché si erigesse nell’area di San Zaccaria una chiesa che ospitasse definitivamente le spoglie dell’evangelista Marco, trafugate da Alessandria proprio l’anno precedente, e ospitate fino ad allora in una cappella dentro il Palazzo Ducale. La tradizione parla di una ‘seconda basilica’ ricostruita dopo l’incendio del 976, drammatico epilogo dell’odiato doge Pietro IV Candiano, arso vivo in una rivolta dell’aristocrazia veneziana. Le cronache indicano una reintegrazione della chiesa, avvenuta in due anni durante il dogato di Pietro IV Orseolo, ma l’entità dei danni non è comprensibile, perché la ‘terza basilica’, l’attuale, sarebbe stata riedificata ab imis distruggendo la precedente. Per volere del doge Domenico Contarini si dovette fondare una San Marco a immagine e somiglianza della chiesa dei Dodici Apostoli di Costantinopoli: iniziata secondo la storiografia nel 1063 e finita nel 1072, quando si ha notizia dell’inizio della decorazione musiva, fu inaugurata solo il 25 giugno 1094 sotto Vitale Faliero, dopo che finalmente si ritrovarono le reliquie del Santo evangelista perdute nel precedente incendio. I grandi studiosi della Basilica di San Marco, archeologi, storici, restauratori, storici dell’arte, dibattono ancora varie e diverse teorie a questo proposito. Teorie che coinvolgono gli aspetti simbolici, politici e religiosi: l’origine di Venezia stessa, la sua volontà di autonomia dalle più potenti e antiche città come Grado, Altino e Aquileia, la nascita della sua identità attraverso un preciso piano politico che si nutriva di immagini e azioni significative, come il trafugamento delle reliquie del santo, o l’edificazione di una cappella ducale tanto grandiosa. Forlati è il primo a sostenere, contro le tesi di Selvatico, Saccardo e Cattaneo precedentemente accreditate, che la antica basilica particiaca avesse già un impianto a croce greca, e che gli interventi contariniani non modificarono la precedente pianta basilicale in favore di ciò che corrisponde all’attuale, ma si limitarono all’aggiunta del nartece. La tesi è argomentata nel già citato volume del 1975 La Basilica attraverso i suoi restauri, proprio a partire dai dati ricavati dai lavori di restauro relativi alla struttura della basilica in varie sue parti, in particolare alle murature e fondazioni ai quali lo stesso Forlati sovrintese. Queste, in sintesi, le sue conclusioni: “Ecco mutare ai nostri occhi l’aspetto del primo S. Marco: esso non fu mai una basilica a tre navate, ma già nacque come costruzione a pianta centrale quale oggi lo vediamo”. Demus, Bettini e successivamente Zuliani e Lorenzoni accettarono e avvalorarono tale ipotesi. L’abside, il luogo del rinvenimento della lastra di Sant'Apollonia, rientrerebbe nelle antiche murature del IX secolo. Lo scavo in cui la pietra è stata ritrovata è direttamente coinvolto anche nel dibattito sulla cripta della Basilica marciana, perché le mura sono le stesse: “L'impianto complessivo dell’abside è ancora perfettamente leggibile, la cripta ha una struttura compatta, per questo sono stati necessari pochi saggi per caratterizzarne la configurazione. Le murature hanno uno spessore di circa due metri. I rimaneggiamenti subiti nel tempo si riconoscono benissimo, e sono irrilevanti sul piano strutturale. Mentre è da escludere nella maniera più assoluta che si siano realizzate delle murature a ridosso della struttura originaria”. Scrive ancora Forlati: “Si può dire inoltre che le fondazioni dell’impianto a croce greca furono realizzate con i criteri costruttivi tipici del mondo classico, e dalle indagini si ricava l’impressione che il sistema fondale abbia un impianto unitario, coerente, massiccio”. Le ipotesi sulla costituzione della cripta tuttavia sono molto complesse: secondo Forlati la cripta fu creata dal doge Vitale Falier nel XI secolo; secondo invece gli studi di Dorigo sugli antichi livelli dei piani pavimentati e delle maree dell’epoca, la cripta sarebbe addirittura la stessa chiesa particiaca; le ultime, oggi più accreditate, ricerche di Vio dimostrano come la cripta corrisponda tuttora alla antica struttura dell’830, creata per l’adorazione delle reliquie del santo Evangelista. Un elemento che deriva dalle tecniche costruttive e dall'approccio al restauro, può essere uno strumento utile a collocare correttamente e indiscutibilmente la lastra di Sant’Apollonia all’interno delle mura marciane: le malte con cui è fissata. “Non si poteva tener conto dei conci di pietra e dei laterizi, perché nel caso in questione si tratta quasi sempre di materiale di recupero, spesso profondamente rimaneggiati. […] non è così invece per le malte di allettamento che sono sempre, inequivocabilmente, legate al momento della costruzione. Il modo con cui sono confezionate risponde a criteri di ripetitività propri di ciascuna cantiere. Da sempre, le maestranze compiono questa come altre operazioni nello stesso modo, miscelando i componenti classici secondo rapporti prestabiliti, che rimangono identici nel tempo. Per cui si può dire che la maniera di realizzare una malta diventi la ‘firma’ di un gruppo di lavoro. È praticamente impossibile trovare due procedure identiche ed è ancora più improbabile che ciò accada se si tratta di lavori realizzati in periodi molto diversi e distanti tra loro nel tempo”. Con queste parole Cecchi introduce il suo studio sulla Basilica del 2003, notando come una particolare composizione di malta di cocciopesto, analizzata con carotaggi eseguiti in diverse campagne di restauro e consolidamento, ricorra in tutta la fabbrica di San Marco in tutti i suoi livelli, dalle fondazioni, ai matronei, alla cripta. Cecchi pertanto sostiene che molte strutture murarie possano essere state costruite nell’arco di tempo di uno stesso cantiere di lavoro, a dimostrare, avvicinando la tesi di Herzner 1985, che anche parte delle murature in alzato sono databili al IX secolo. Degli elementi costruttivi della prima basilica rimarrebbe perciò molto di più di quanto, fino agli studi più recenti, si è stati disposti a credere, e l’intervento contariniano si ridurrebbe ulteriormente al restauro dell’antica chiesa particiaca già ritoccata da Orseolo, con l’aggiunta del nartece.Il materiale di sostegno a tale teoria è l’analisi dei carotaggi eseguiti sia nelle fondazioni che negli elevati della Basilica tra il 1991 e 1993, indagini che sono opera del Consorzio Venezia Nuova commissionate dal Ministero LL.PP., Magistrato alle Acque, Nucleo Operativo di Venezia finalizzato allo studio delle condizioni strutturali della basilica. Le relazioni sui risultati – come riportato da Cecchi 2003 – sono conservate presso la Procuratoria sotto il titolo Indagini conoscitive sulle strutture portanti della Basilica di San Marco a Venezia, mentre i carotaggi sono depositati presso la Soprintendenza per i Beni Architettonici, per il Paesaggio e il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico di Venezia e della Laguna. Parte di tale materiale è stato pubblicato da Vio 1992, 1993, da Lepschy 1999 e da Rossi 1993. L’impianto fondale della parte absidale inoltre è stato indagato all’interno di un altro ciclo di operazioni: 170 carotaggi furono eseguiti per consentire il consolidamento del sistema fondale con miscele di resina di materiale organico, ma solo parte di queste analisi furono pubblicate da Lazzarini 1993. Non è rinvenibile nelle carte di Forlati un riferimento planimetrico che indichi con precisione il luogo del ritrovamento della stele di nostro interesse, ma affidandoci alla memoria storica degli operai che vi hanno lavorato, si sa che fu estratta all’esterno dell’abside maggiore meridionale, nel cosiddetto Cortile dei Marmi, ora sede dei Laboratori della Procuratoria di San Marco. I carotaggi eseguiti più vicino al punto ipotetico della nostra lastra sono riportati nelle pubblicazioni di Lazzarini e Cecchi. Dopo essere stata estratta a fatica, in occasione di uno scavo casuale dal luogo in cui era giaciuta per secoli, dopo essere stata per decenni conservata all'ombra silenziosa del chiostro di S. Apollonia, e dopo essere stata, di recente, investita dai riflettori di un'attenzione più spettacolare e mediatica che scientifica, ora, liberata nuovamente da sovrastrutture interpretative e da errori di attribuzione, la lastra che reca scolpite le immagini di una panoplia e dello scudo con stella macedone può essere finalmente considerata come oggetto autonomo di studio e di ricerca: un documento importante e significativo della straordinaria fortuna, già in età antica, del mito di Alessandro il Grande.
 
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