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| Per l'amico Il Parigino invio una mia riflessione sulla statuaria greca
Raffaele Mambella
La rappresentazione del corpo umano nell’arte antica
I Greci solevano dire, per sintetizzare parte del proprio pensiero filosofico sul mondo, (una semplificazione crudele), “kalòs kai agathòs”, cioè “bello quindi buono”. In questo sunto il bello è espressione corporea e terrena del giusto, della partecipazione morale dell’uomo all’universo, della concordanza di spirito e materia e questa congiunzione diviene per i secoli seguenti la metafora fondamentale con la quale tutto il mondo civilizzato si dovrà confrontare. Ciò significa nel contempo che il giusto e, per estensione, i caratteri morali dell’anima formano i caratteri materiali del corpo. In parole povere il corpo è considerato dai Greci come lo specchio dell’anima. La civiltà ellenica da Socrate a Platone si riferisce ad un mondo ideale e idealizzato al quale riferirsi e al quale tendere per raggiungere, speranza frustrata, la perfezione. Il corpo è l’elemento del quale dobbiamo “accontentarci” e se l’anima cerca di tornare nell’iperuranio, il corpo realizza una perfezione materiale e terrena come forma plasmabile sulle virtù. Con un balzo analogico, la città, la polis, è la costruzione materiale di una filosofia senza eccezioni; insomma tutto il mondo materiale è la forma derivata e l’idea platonica ne è la matrice. Tanto più serrata è la corrispondenza quanto più perfetto sarà il corpo. Il mondo greco, per tornare alla dicotomia maschile-femminile, è scisso in due periodi storici: il primo periodo nel quale affonda le proprie origini l’orfismo, femminile, terreno e mitologico; e il periodo dorico, invasione dal nord continentale, maschile, celeste e storico. Il mito delle origini, la religione originale della madre terra, feconda, e fecondata da uno spirito maschile di secondo piano, matriarcale quindi, fonda la venerazione per le divinità femminili successive; il periodo dorico, quello della filosofia, introduce molte forme di venerazione maschili e probabilmente la necessità storica di un monte Olimpo al quale traguardare. Da qui derivano la corrispondenza tra i miti, la mitologia e i riti di fondazione con il mondo femminile, mentre il dato storico, la conquista sociale, intellettuale e umana in genere con il mondo maschile. Le virtù di giustizia, bellezza, salute, vittoria, ragione sono femminili e ne è una dimostrazione il mito d’Atena, non a caso dea non corrotta, sin dalla nascita, dalla sessualità maschile: partorita già adulta e armata dal cranio di Zeus ebbe come madre Methis, la dea della ragione appunto. Così alla giustapposizione d’iperuranio e mondo sensibile si aggiunge quella di mito e storia: il primo è atemporale, evento collocato tra altri in successione logica ma senza vincolarsi ad un dato cronachistico di date, la seconda è ordine temporale d’eventi voluti dall’uomo. Il primo è nato da un mondo femminile, la seconda è rappresentazione di un dominio maschile. Il nudo maschile nell’arte greca si identifica con la creazione artistica in se stessa, anzi la rappresentazione del cosiddetto “nudo eroico”, che costituisce uno degli aspetti originali e fondamentali dell’arte greca, nella ricerca della sua genesi e del suo significato, chiarisce il contenuto estetico di quest’arte, che del resto sta a fondamento di tutta l’arte occidentale. Rarissima è nell’arte pre-greca la nudità completa: si ha qualche caso di nudità rituale, quando si raffigurano specialmente divinità femminili indicanti spesso la fertilità della terra, cioè della vegetazione, degli animali e degli uomini, cioè le cosiddette “dee madri”, oppure quando vengono rappresentati prigionieri o nemici uccisi, in questo caso però tale particolarità acquista un chiaro significato di avvilente e vergognosa condizione. Neanche l’arte minoico- micenea arrivò alla concezione eroica del nudo, cioè alla rappresentazione della completa nudità, nonostante la raffigurazione di uomini dalle vesti più succinte di quelle egiziane, poiché riducentisi per l’uomo ad una fascia inguinale e per la donna ad una ricca gonna a volantini con l’aggiunta di un corsetto che lascia scoperto il seno. Tuttavia non è da escludere che per quest’ultime, come si osserva negli affreschi, il corpo impegnato in esercizi acrobatici apparisse, come nel caso degli uomini, anch’esso quasi completamente nudo. Nondimeno in questo momento, a differenza degli altri, gli artisti sentono la struttura del corpo umano con lo stesso vivo interesse, con l’intensa osservazione, con l’immediata aderenza con cui guardano alla natura; colgono il corpo umano in una svariata gamma di ritmi più complessi e di posizioni più audaci, rendendo l’anatomia con la meticolosa rappresentazione di muscoli e di tendini, con un affiorare di ossa e di vene, che non rappresentano il frutto di una costruzione razionale ed organica, ma di un vivacissimo gioco impressionistico, ricco di annotazioni dinamiche atte a fissare la figura umana in un espressivo tipo atletico dalle larghe spalle, dalle membra sottili e dall’astratto “vitino di vespa”. Il mondo dei poemi omerici risente ancora di questa concezione che considera il nudo con un senso ancora di pudore. Il nudo Odisseo naufrago si copre con fronde di fronte a Nausicaa, mentre gli eroi omerici cingono la “zòne” quando si spogliano per la lotta e, come segno di offesa; lo stesso Odisseo minaccia di spogliare della claina, cioè del mantello, del chitone e della fascia inguinale (tà t’aidò amficalùptei) il tracotante Tersite, mentre nel poema soltanto schiave ed ancelle hanno l’incombenza di lavare il corpo degli eroi, tranne le eccezioni di Polikaste per Telemaco (Od., III, 464) e di Elena per Odisseo (Od., IV, 252). La rappresentazione del nudo nell’arte greca rappresenta una assoluta novità artistica ed una precisa peculiarità. Facendo dell’uomo il centro del proprio mondo rappresentativo ed antropomorfizzando quindi le divinità, rimanendo estranea a necessità di glorificazioni dinastiche, rifuggendo, a differenza dell’arte minoico-micenea, il modulo miniaturistico e lo stile impressionistico ed iniziando a costruire l’immagine umana con razionale organicità e con struttura monumentale, l’arte greca ricerca nell’uomo il tipo ideale di bellezza divina e trasferisce la nudità dalla realtà contingente ad un piano eroico ed universale. Parmenide di Elèa (Dal Poema sulla natura, fr. 8) così affermava: “L’essere, non essendo stato generato, è anche imperituro, tutto intero, unico, immobile e senza fine”. A sua volta Eraclito di Efeso (fr. 50): “Ascoltando non me, ma il logos, è saggio riconoscere che il tutto è uno”. Platone (Teeteto, 152) e Aristotele (Poetica, 1460b-De part. anim., 640a, 30) sono ancora più precisi154. 318Il bello ideale come bello corporeo 154 PLATONE (Teeteto, 152): “Protagora in qualche luogo dice che di tutte le cose è misura l’uomo, delle cose che esistono, in quanto esistono, delle cose che non esistono, in quanto non esistono”. Ed intende dire questo, che quali appaiono a me le singole cose, tali esse sono per me, e quali esse appaiono a te, tali sono per te; e uomini siamo tu ed io. Non avviene talora che quando soffi lo stesso vento, uno di noi senta freddo ed un altro no, ed uno abbia freddo un poco ed uno assai? Dobbiamo allora dire che il vento in se stesso è freddo o non freddo, o ammetteremo con Protagora che il vento è freddo per chi sente freddo, non freddo per chi non senta freddo? Apparenza dunque e sensazione sono la stessa cosa, se consideriamo gli oggetti caldi ed altre cose di simil natura, perché nel modo con cui ciascuno sente una cosa, tale sembra che sia per ciascuno”. ARISTOTELE (Poetica, 1460b-De part. anim., 640a, 30): “Il poeta è un imitatore, come il pittore o qualunque altro artista che produca delle immagini. Perciò egli deve necessariamente seguire una delle tre maniere di imitare: deve rappresentare le cose o come furono o sono realmente, o come si dice e si crede che siano, o come dovrebbero essere. Se si rimprovera al poeta una scarsa verità, si può replicare che egli rappresenta le cose quali dovrebbero essere, come diceva anche Sofocle di sé, il quale rappresentava i personaggi come dovrebbero essere, mentre Euripide li rappresentava come sono.” “Ad ogni produzione dell’arte preesiste l’idea creatrice che gli è identica: per esempio l’idea creatrice dello scultore preesiste alla statua. Non vi è in questo campo una generazione casuale. L’arte è ragione dell’opera, ragione senza materia”. 319 Il bello ideale come bello corporeo Se dell’idea e della sua rappresentazione parla Cicerone (Orator, II 8-III 10), dell’idea come modello e della riproduzione come idos discute Seneca (Epistulae ad Lucilium, VI 58, 19-21)155. Chiariti questi concetti, basilari nell’arte greca, di razionalità, unità, misura. di mimèsi, di idea e di riproduzione della stessa, ritorniamo alla rappresentazione nella medesima del corpo umano nudo. Fin dal periodo geometrico (IX secolo a.C. ed VIII secolo a.C.) appare la completa nudità nei guerrieri come nelle scene funebri. Non si tratta però di un dato realistico, quanto del frutto di una concezione astratta che riduce la figura umana, sia essa maschile che femminile, ad un puro schema ideale, come del resto si è già compreso riferendosi ad i passi dei filosofi e degli scrittori antichi sopra citati. Tuttavia in seguito il tipo femminile della kore (fanciulla) e quello maschile del kouros (fanciullo), che appaiono nella plastica monumentale del VII secolo a.C., risulteranno sempre l’uno vestito e l’altro nudo. Se vi è nella rappresentazione artistica in questo periodo il nudo femminile, con contenuto erotico in ambito soprattutto vascolare, ciò è perché si vogliono rappresentare esclusivamente etere, danzatrici o flautiste, le uniche donne ammesse ai banchetti prettamente maschili. Viceversa la completa nudità caratterizzerà sempre fin dalle origini dell’arte greca la figura maschile apollinea ed atletica e gli artisti greci faranno del nudo maschile il problema centrale della loro arte, esprimentesi in un appassionato studio anatomico, mirando dapprima a definirne la struttura entro i limiti di una visione per piani paralleli, coordinando poi progressivamente piani e volumi in una visione organica fino al pieno possesso dello scorcio, della profondità e del tutto tondo. Perché, tuttavia, questa nudità maschile è così peculiare dell’arte greca? Si è riconosciuto nell’importanza che nella educazione greca ha la vita del ginnasio, e nell’opportunità di vedervi i corpi atletici nei più vari atteggiamenti, uno dei fattori fondamentali che hanno portato alla creazione del tipo scultoreo maschile del kouros ed ad un tipo di rappresentazione organica dell’anatomia. Questa originaria concezione della nudità non è però frutto di contingenza reale, ma è generata solo dalla assoluta libertà di spirito con cui gli artisti greci impostavano i problemi figurativi, dal momento che, come già indicato dalle letture precedenti, essi ricercavano il tipo attraverso l’individuo. In sostanza la loro ritrattistica in età arcaico-classica non è mai fisionomica, cioè realistica (questo avverrà solo durante l’ellenismo ed in modo an- 155 CICERONE (Orator, II 8-III 10): “Voglio stabilire che niente, in nessun genere d’arte, esiste di così bello che non sia più bello il tipo da cui è stato espresso, quasi l’immagine di un volto, e che non si può percepire né con gli occhi né con gli orecchi né con alcun senso, ma solo abbracciare con la riflessione razionale e con la mente. Cosicché si possono pensare cose più belle perfino delle statue di Fidia, di cui nulla di più perfetto vedemmo in questo genere. Infatti quell’artista, quando eseguiva l’immagine di Giove o di Minerva, non contemplava qualcuno da cui ritrarre gli elementi formali, ma nella sua stessa mente era insita una immagine perfetta di bellezza, alla quale riferendosi con l’intuito, guidava l’arte e la mano ad attuarla concretamente con somiglianza. Nella statuaria e nella pittura c’è dunque qualcosa di perfetto e di eccellente, al cui tipo, immaginato razionalmente, si riferiscono con l’imitazione quelle stesse cose che cadono sotto gli occhi. Queste immagini delle cose Platone chiama “idee” e le dice non generate, ma eterne, e comprese solo con il raziocinio e con l’intelligenza”. SENECA (Epistulae ad Lucilium, VI 58, 19-21): «”Ed ora torno alla promessa di spiegarti come Platone divida tutte le cose esistenti in sei categorie... Nella terza categoria rientrano quegli innumerevoli reali che hanno una loro esistenza al di là della nostra visione sensoriale. Egli le chiama idee: sono immortali, immutabili ed inviolabili, e da esse hanno origine, formate a loro immagine, tutte le cose che noi vediamo. Ed ora ascolta che cos’è l’idea, ossia come la pensa Platone: “l’idea è il modello eterno delle cose che nascono in natura”. Alla definizione voglio aggiungere qualche spiegazione perché appaia più chiara. Supponiamo che io voglia fare il tuo ritratto: io prendo te come modello della pittura, e la mia mente vi coglie un atteggiamento intimo che essa impone alla sua opera di riproduzione esteriore: orbene quella figura che ho colto, e che mi guida e mi ammaestra, principio e fine dell’imitazione, è l’idea. La natura ha un numero infinito di tali esemplari: esemplari di tutte le cose, di uomini, di pesci, di alberi; e ad essi è improntato tutto ciò che si produce dalla natura. Il quarto posto è l’“idos”. Per comprendere che cosa sia devi fare bene attenzione ed imputare a Platone e non a me la difficoltà del concetto: d’altra parte ogni sottigliezza riesce sempre difficile. Poco fa per farmi capire mi servivo dell’immagine che il pittore riproduce nel quadro. Come si è detto, se questi voleva riprodurre il viso di qualcuno doveva prima osservarlo attentamente e cogliervi quella forma esemplare da riprodurre nella sua opera. La figura, poi, che l’artefice ha tratto da quella forma esemplare(o idea) ed ha fissato nella sua opera, questa è l’“idos”. Tu chiedi quale differenza passi? L’una è l’esemplare, l’altro è la forma tratta dall’esemplare e fissata nel quadro. di quella l’artista è l’imitatore, dell’altro è l’autore. L’aspetto che si presenta nella statua, questo è l’“idos”. L’esemplare che l’artista guarda modellando la statua, questa è l’idea”. che esagerato e quasi patologico), ma fisiognomica, cioè fortemente idealistica; ed in sostanza, la riproduzione scultorea di un personaggio, anche reale, è sempre fortemente idealizzata, più consona ad un tipo che ad un vero e proprio ritratto realistico: si ricordi ad esempio il volto, più volte riprodotto, di Pericle. Dunque la nudità del kouros nell’arte e la nudità dell’atleta nelle gare sono frutto di uno stesso atteggiamento spirituale che distingue la Grecia da tutte le altre culture, e ciò avvenne più precisamente, superando la mentalità moralistica omerica, come già indicato, nel 720 a.C. Due sono le tradizioni storiche al riguardo. La prima, megarese, assegnava all’olimpionico Orsippo, vincitore nello stadio durante la quindicesima olimpiade, 720 a.C. appunto, il merito di aver corso per la prima volta completamente nudo; infatti Pausania (I, 44, l) vide a Megara una iscrizione a quello dedicata per benemerenze civiche, ed al riguardo afferma che volontariamente avrebbe lasciato scivolare via il perizoma sapendo che era più facile correre ad un atleta nudo che ad uno che portava la fascia, in uso fino ad allora. Un’altra versione è riportata da Dionisio di Siracusa (VII, 2-4), che dice invece che il primo a correre nudo fu lo spartano Akathos nella stessa Olimpiade, mentre dell’argomento in modo più preciso scrive Tucidide (I, 6, 4-6)156. Fonti storiche tarde (Isid., Orig., XVIII, 17, 2; Schol. Ven., Il., XXIII, 638) raccontano anche di altre versioni secondo le quali, in seguito alla caduta accidentale di un atleta, a cui si era slacciato il perizoma intralciandone la corsa, l’arconte Hippomenes avrebbe decretato che da allora in poi gli atleti si esercitassero nudi. Dunque la nudità nelle gare atletiche ed anche nelle rappresentazioni artistiche ad esse connesse era considerata dai Greci loro caratteristica precipua, e ciò si può solo spiegare, in base a quanto già detto, al loro modo di considerare il corpo in modo razionale come entità perfetta, astratta, ideale, e quindi espressione della stessa divinità. Gli dei del resto avevano sembianze umane, i loro corpi erano perfetti e quindi il più delle volte nudi, mentre non è da trascurare la considerazione che anche le gare atletiche erano cerimonie religiose, che l’atleta portava la sacra taenia o meglio vitta, in latino, da cui deriverebbe il nome attuale di vittima, cioè l’animale bendato destinato al sacrificio. Il corpo umano viene studiato anatomicamente e quindi rappresentato come espressione di questa armonia universale di cui l’uomo è incarnazione sulla terra. Tutto dunque ha delle sue precise proporzioni, nulla può essere lasciato alla casualità, perché vorrebbe dire abbandonarsi al kaos, cioè al disordine. Di ciò scrisse Cicerone (De Officiis, I, 98), facendogli eco, più tardi, Vitruvio, il grande architetto romano del I secolo a.C. (De Architectura III l, 1-4)157. L’ambiente spartano fu comunque quello dove questo concetto della nudità classica poteva più facilmente ade- 320Il bello ideale come bello corporeo 156 TUCIDIDE (I, 6, 4-6): “Gli Spartani furono i primi a mostrarsi nudi ed ad apparire in pubblico senza vesti cospargendosi d’olio nelle gare sportive. Prima anche per disputare le gare olimpiche gli atleti portavano una specie di cintura (“diàzoma”) che nascondeva il sesso e non sono molti anni che questo uso è cessato; anche oggigiorno certi popoli barbari, specialmente asiatici, fanno gare di pugilato e di lotta portando cinture. Infatti molti altri elementi potrebbero dimostrare che il mondo greco antico viveva in modo analogo a quello attuale dei barbari”. 157 CICERONE (De Officiis, I, 98): “Infatti, come la bellezza di un corpo umano attrae gli occhi per un’adeguata composizione delle varie membra e diletta proprio perché tutte le parti si armonizzano fra di loro con una certa grazia, così questo decoro, che brilla nella vita, incontra l’approvazione di coloro con i quali si vive, per l’ordine, la coerenza”; VITRUVIO (De Architectura III l, 1-4): “La composizione del tempio è una simmetria, il cui calcolo gli architetti debbono scrupolosamente conoscere ed applicare. La simmetria nasce dalla proporzione, in greco “analoghìa”. E la proporzione è la commensurabilità di ogni singolo membro dell’opera e di tutti i membri nell’insieme dell’opera, per mezzo di una determinata unità di misura o modulo; questa commensurabilità costituisce il calcolo o sistema delle simmetrie. È chiaro infatti che nessun tempio potrebbe presentare un sistema di costruzione senza simmetria e senza proporzione, se non abbia cioè avuto un esatto calcolo delle sue membra, come nel caso di un uomo ben formato. Il corpo dell’uomo infatti la natura compose in modo tale che il viso dal mento alla sommità della fronte ed alla radice dei capelli, presentasse la proporzione della decima parte del corpo; eguale proporzione ha la mano aperta, dall’articolazione alla punta del dito medio; il capo, dal mento al sommo del cranio, è l’ottava parte; dall’alto del petto, e dalla base della cervice alla radice dei capelli la sesta; dalla metà del petto al vertice del capo la quarta; dal mento alla base delle narici, in altezza è la terza parte del viso; un’altra terza parte è il naso stesso dalla base delle narici al punto di incontro delle sopracciglia; di lì alla radice dei 321 Il bello ideale come bello corporeo rire ai costumi e ad una mentalità austera e guerresca, trattandosi infatti di una nudità in funzione unicamente di una più severa ed integrale disciplina del corpo e dello spirito agonistico, nell’atleta che, oltre ad offrire il proprio esercizio fisico alla divinità (nel mondo greco l’attività sportiva è soprattutto rito religioso, come dimostra la presenza, sul capo degli atleti, della benda, chiaro indizio di sacralità), si preparava anche a diventare un valente guerriero. Ed a Sparta questa nudità rituale era applicata in tutte le gare atletiche, anche in quelle strettamente militaresche, dal momento che l’oplita spartano appare nelle figurazioni, sia vascolari che scultoree, con la corazza senza chitonisco, lasciando quindi scoperto il sesso. Nel quadro di questa mentalità tipicamente spartana rientra la tradizione tramandataci da Plutarco (De virt. mulier., 248 B) delle donne spartane che ai figli in fuga dal campo di battaglia osavano mostrare crudamente il ventre nudo per chiedere loro se volessero forse rientrarvi, mentre le stesse giovani spartane potevano eseguire giochi sportivi nude, anche se poi per questo erano derise dagli altri greci, specialmente dagli Ateniesi, che le chiamavano sprezzantemente “scopritrici di cosce”. Dunque la nudità atletica è uno degli aspetti culturali greci che meglio si differenziano da quelli non strettamente greci, del resto se ne stupisce lo stesso Erodoto, quando afferma (I, 10): “Presso i Lidi e quasi presso tutti gli altri popoli barbari, è considerata grande vergogna anche per l’uomo l’essere stato veduto nudo”. Viceversa la completa nudità femminile sarà attribuita unicamente al mondo delle etere e del banchetto durante il V secolo a.C. A questo mondo femminile, di cui veniva esaltata la bellezza corporea, appartenevano del resto anche le modelle degli artisti, donne non solo di particolare bellezza, ma anche intelligenti e sagaci, come Frine nei riguardi del grande scultore Prassitele. Di ciò parla Pausania, nella sua “Guida della Grecia” (I, 20, l-2), mentre Plinio il Vecchio, al riguardo, ci racconta un aneddoto riferibile al pittore greco Zeusi (N.H., XXXV, 64-66)158. In questa concezione un particolare significato viene quindi ad assumere la creazione del tipo dell’Afrodite nuda, che trova una cristallina e morbida formulazione nella “Cnidia” di Prassitele, per cui posò, proprio nella prima metà del IV secolo a.C., la splendida cortigiana Frine. Questa etera greca era stata ritratta nuda da Prassitele anche in altre due statue a Delfi ed a Tespie, città natale della donna. Accusata verso il 437 a.C. di aver costituito un’associazione per il culto di una nuova divinità, fu difesa dal famoso retore Iperide che, secondo la tradizione, capelli l’altra terza parte. Il piede è il sesto dell’altezza del corpo, il cubito il quarto, il petto pure il quarto. Anche le altre membra hanno le loro quote di misura proporzionale, rispettando le quali gli antichi pittori e statuari famosi ottennero grandi elogi. Con un criterio simile le membra dei templi debbono avere, nelle singole parti e segmenti, una stretta corrispondenza e concordanza di misure con la somma della grandezza totale. Così, il centro del corpo è, naturalmente, l’ombelico; infatti se si unisse supino un uomo, con le mani ed i piedi aperti, e si mettesse il centro del complesso nell’ombelico, descrivendosi una circonferenza, si toccherebbero tangenzialmente le dita delle mani e dei piedi. Ma non basta: oltre lo schema del circolo, nel corpo si troverà anche la figura del quadrato. Infatti, se si misura dal piano di posa dei piedi al vertice del capo e poi si trasporta questa misura alle mani distese, si troverà una lunghezza uguale all’altezza, come accade nel quadrato tirato a squadra. Dunque se la natura compose il corpo dell’uomo in modo tale che le singole membra corrispondano proporzionalmente alla somma totale figurata, sembra che gli antichi abbiano giustamente stabilito che nell’opera compiuta e perfetta vi sia, in fatto di proporzioni, una precisa corrispondenza dei singoli membri colla visione totale dell’opera”. 158 PAUSANIA, nella sua “Guida della Grecia” (I, 20, l-2): “C’è fra l’altro un Satiro di cui si dice che Prassitele, da bravo innamorato, promettessene di fargliene dono; non le voleva però dire quale delle sue opere ritenesse la più bella. Ecco dunque che uno schiavo di Frine entrò di corsa ed annunciò che la maggior parte delle opere di Prassitele era distrutta, poiché l’officina era andata in fiamme, ma che non tutto era andato perduto. Prassitele subito si precipitava fuori dicendo che a lui, disgraziato, non restava più nulla se le fiamme avevano divorato anche il Satiro e l’Eros; Frine allora gli disse di star tranquillo, infatti non aveva subito nessuna disgrazia, ma era stato solo indotto, con uno stratagemma, a confessare quali fossero le più belle tra le sue opere. Così Frine si prese l’Eros...”. PLINIO IL VECCHIO, al riguardo, ci racconta un aneddoto riferibile al pittore greco Zeusi (N.H., XXXV, 64-66): “Zeusi fu così esagerato nella diligenza che, dovendo fare per gli Agrigentini un quadro da dedicarsi a pubbliche spese nel tempio di Era Lacinia, volle prima esaminare le loro fanciulle nude e ne scelse cinque come modelle affinché la pittura rappresentasse ciò che di più perfetto era in ciascuna di esse”. avrebbe denudato il suo corpo (o lei stessa avrebbe compiuto l’atto) per commuovere i giudici, ottenendone così l’assoluzione. Che dire poi di Aspasia di Mileto, anch’essa etera che, recatasi ad Atene non molto dopo il 450 a.C., convisse con Pericle da cui ebbe un figlio, Pericle il giovane. Gli stessi poeti comici insinuarono che la guerra di Atene contro Samo (441 a.C.) ed il decreto contro Megara (432 a.C.), che furono causa della Guerra del Peloponneso, sarebbero stati voluti da Pericle su istigazione di Aspasia. Anch’ella del resto nel 432 a.C. subì un processo per empietà e lenocinio dal quale però uscì assolta. Sul modo come i Greci sentivano il problema del nudo sia degli atleti, sia delle donne, sia nei riflessi della mentalità barbarica, è di particolare interesse un passo della Repubblica di Platone (V, 452 a-e), dove si discute il rapporto fra la condizione dell’uomo e quella della donna nel mondo greco. Lo stesso Platone, se riconosceva alla nudità un alto valore morale e civile, non altrettanto rispettoso fu dell’arte, che pure a quell’aspetto direttamente si riferiva, ed a lui così spettò il più importante giudizio negativo mai espresso da filosofo sull’arte, proprio ancora nella “Repubblica” (X, 595c-598a-b-c-602d)159. È tuttavia vero che il lungo discorso di Socrate, tramite il quale è lo stesso Platone a parlare, si riferisce in particolare alla poesia, detta per questo “mimetica”, anche se poi finisce con il coinvolgere in generale l’arte, ed in particolare la pittura, che fra tutte le manifestazioni artistiche è proprio la più fortemente illusionistica. Dunque l’arte mimetica, procedendo in direzione diametralmente contraria alla filosofia, si allontana da quel vero al cui acquisto tendono tutte le istituzioni dello Stato ideale. L’arte greca infatti nel IV secolo a.C. rinuncia ormai al tentativo di cogliere l’assoluto, espresso soprattutto attraverso le perfette proporzioni anatomiche del nudo, accantonando la ricerca del divino perché inconoscibile e si rivolge così 322Il bello ideale come bello corporeo 159 PLATONE discute il rapporto fra la condizione dell’uomo e quella della donna nel mondo greco (Repubblica V, 452 a-e): “Se si pongono alle donne le stesse funzioni degli uomini bisogna dar loro anche la medesima educazione ed impartir loro nozioni di musica e di ginnastica e l’arte della guerra; ma forse alcune cose sembrerebbero allora ridicole riguardo ai costumi, e cioè veder le donne esercitarsi tutte nude insieme agli uomini nelle palestre, e non solo le giovani, ma anche quelle anziane, come i vecchi che si esercitano nudi ancora nei ginnasi anche quando sono rugosi e non piacevoli a vedersi. D’altro canto contro gli scherzi dei comici bisogna considerare le cose seriamente e ricordarsi che non è passato molto tempo da quando i Greci trovavano vergognoso e ridicolo, come ancor oggi la maggior parte dei barbari, che gli uomini si facessero vedere tutti nudi, e che, quando dapprima i Cretesi e poi gli Spartani cominciarono la ginnastica, non era forse lecito ai cittadini di quel tempo mettere in ridicolo tutte quelle novità? Ma quando esercitandosi apparve che era meglio denudare che nascondere tutte quelle parti del corpo, anche quello che gli occhi trovavano ridicolo fu fatto svanire da quello che la ragione riconobbe essere il meglio. E questo dimostra che soltanto un uomo superficiale considera ridicola qualche cosa oltre ciò che è male, e che colui che cerca di far ridere riguardando come ridicolo uno spettacolo che sia al di fuori della follia o del male mira ad uno scopo diverso dal bene”. Ancora PLATONE (Repubblica X, 595c-598a-b-c-602d): “L’imitazione in generale, sapresti dirmi che cosa sia? Da questo punto bisogna che incominciamo la nostra indagine. Un’idea sola siam soliti infatti ammettere per ciascuna classe di oggetti esistenti, cui applichiamo un medesimo nome. Prendiamo perciò quale tu voglia di questi molti oggetti. Per esempio, se vuoi, di letti e di tavole ve ne sono un gran numero. Ma di tali mobili le idee sono certamente due sole, una del letto ed una della tavola. E non siamo usi di dire che l’artefice che costruisce l’uno o l’altro di questi mobili fa il letto o la tavola di cui ci serviamo, fissandosi nell’idea dell’uno e dell’altra, e così ugualmente quanto agli altri? Perché quanto all’idea non la costruisce alcun artigiano... Se poi consideriamo un altro artefice, il pittore che dipinge un letto, diremo che questo è artefice di parvenze... Dunque noi abbiamo qui tre letti: uno è quello che esiste realmente e del quale noi diremo che autore è Dio; un altro quello che fa il falegname; e un terzo quello del pittore. Così il pittore, il fabbricante e Dio, tutti e tre presiedono a tre specie di letti. Dio dunque lo chiameremo il creatore del letto, poiché realmente egli ha fatto il letto in sé e tutte le altre cose; il falegname lo chiameremo artefice del letto; ma il pittore non già artefice e costruttore del letto, bensì imitatore di quello, di cui essi sono gli artefici. Dunque, a colui che per la sua opera dista di tre gradi da ciò che è realmente, diamo nome di imitatore. Il pittore in verità si propone d’imitare ciascuna cosa, non quale ella è in sé, bensì quale è nei prodotti degli artefici, e questi non quali sono, ma quali appaiono. Infatti un letto, secondo che uno lo guardi di traverso o di fronte, in quale altro modo si voglia, non è affatto diverso in sé stesso, né per nulla si diversifica, ma pure appare diverso; e così tutte le altre cose. Ora la pittura è fatta non per ritrarre ciò che è veramente, ma per ritrarre l’apparenza quale ci appare; infatti essa è imitazione dell’apparenza anziché della verità. Quale fine si propone la pittura? Tende ad imitare quello che è l’essere quale è veramente, o quella che ne è l’apparenza così appunto come appare? È dunque imitazione di un’apparenza o del vero? Di un’apparenza! E così, diciamo, un pittore ci dipingerà un calzolaio, un falegname, un qualsiasi altro operaio, senza conoscere affatto l’arte di ciascuno di loro; eppure, se il pittore è bravo, dipinto un falegname e mostrandolo da lontano, potrebbe ingannare fanciulli ed ignoranti, facendo credere loro che sia un falegname vero. La pittura in prospettiva, puntando sulla affettività della nostra natura, usa tutte le sue arti ciarlatanesche”. 323 Il bello ideale come bello corporeo a ciò che è veramente umano, accidentale, irregolare. Platone quindi combatte contro l’arte del suo tempo, e soprattutto non la scultura che pure aveva espresso l’assoluto tramite la perfezione fidiaca, ma la pittura, di per sé più irrazionale, in quanto può essere sia realistica che irrealistica. Questa arte del IV secolo a.C. ormai rendeva più l’apparenza delle cose, che la loro essenza, come del resto aveva fatto Lisippo, il quale aveva affermato che “i suoi predecessori avevano fatto gli uomini come sono, lui come appaiono”; anzi egli aveva risposto a chi gli chiedeva chi fosse stato il suo maestro, che era la gente attorno, aggiungendo poi che si doveva imitare non un altro artista, ma la natura stessa. Questa cosciente razionale libertà dello spirito greco fu la forza propulsiva ed animatrice anche dell’arte e spiega la particolare posizione in cui gli artisti greci ci appaiono verso il problema del nudo, a differenza di tutte le altre civiltà artistiche. La figura maschile nuda è il tema più caro agli artisti greci, che si rapportano ad esso in modo sempre nuovo e personale; infatti Kymon di Cleonai articulis membra distinxit, venas protulit (Plinio, N.H., XXXV, 56), Phytagoras primus nervos et venas expressit (Plinio, N.H., XXXIV, 59) e Policleto ha creato il canone delle perfette proporzioni del corpo atletico. La realizzazione chiastica della contrapposizione dei movimenti corporei trova il suo coronamento nel 440 a.C. con il Doriforo di Policleto, dove ogni forma si fonde con l’altra ed è condizionata dal ritmo complessivo della figura. Il modellato policleteo, coerentemente alle forme che esprime, è possente ed energico; sono più curati i distacchi tra i piani che non i piani stessi; ogni piega, ogni inflessione è accentuata con vivezza, sottolineata; i muscoli sono rivelati con verità anatomica; basta vedere i solchi che delimitano la chiusa triangolare del ventre e nelle ginocchia il rilievo dell’ingranaggio e della rotula, coi muscoli che vi si attestano. La compensazione tra forze contrapposte, tra peso ed elemento portante, ed il miracolo dell’equilibrio nel corpo in movimento trovano qui la loro formulazione classica. Sono raffigurati con grande senso dell’equilibrio la contrazione del lato corrispondente alla gamba portante, sottolineata dalla torsione della testa, e l’aprirsi del lato corrispondente alla gamba in movimento, con il suo ondeggiare avanti ed indietro nello spazio; inoltre il piede della gamba in movimento è spostato indietro e tocca il suolo soltanto con le dita e la parte anteriore, mentre il ginocchio sporge in avanti come la mano del braccio sinistro piegato che irrompe nello spazio e che reggeva la pesante lancia appoggiata alla spalla. È come un arrestarsi nel camminare; stasi e movimento finalmente si compenetrano reciprocamente e sono legati, senza soluzione di continuità, al grande ritmo della tensione e del rilassamento. Non si tratta di un atleta vincitore, ma di un eroe divino, Achille, personificazione dell’intera grecità. Nel Doriforo di Policleto la forma dell’esistere del classicismo maturo è completamente rivolta al problema della regolarità del rapporto proporzionale ed alla ricerca di una comune espressione oggettiva e vincolante. Per questo la testa ha una forma quasi quadrata ed un volto ancora severo ed inespressivo. Accenti di maggiore libertà, come nella replica in bronzo della Villa dei Pisoni ad Ercolano, sono nella resa dei capelli dalle ciocche, piatte ed aderenti al capo, che ora si distendono ora si incurvano, onda su onda, ricciolo su ricciolo. È invece proprio nella capigliatura morbida e folta che il Diadumeno, cioè l’atleta che si toglie dal capo la benda della vittoria, rivela una cronologia più recente, intorno al 420 a.C., ed un innegabile influsso di Fidia, il cui Anadumeno presentava ugualmente il motivo dei capelli sfatti. Anche in questo caso la testa è rivolta verso il lato della gamba portante, mentre le mani sollevate stringevano le estremità del nastro sacro. La statua rappresenta una singolare svolta nel mondo delle figure atletiche: il torso è più ampio e corto, con un’anatomia meno incisiva ed indicazioni muscolari più sommarie e più tenere; l’asse della figura cade in mezzo alle gambe, mentre le linee formate dall’espansione delle braccia donano alla struttura corporea un’apertura nuova. Impressionistica è poi la bella testa inclinata dai riccioli gonfi e spumosi, la cui massa è posta in valore dalla larga benda serrata intorno al capo. Il carattere fondamentale della statua fu adeguatamente sintetizzato da Plinio nella opposizione tra un Doriforo viriliter puer ed un Diadoumenos molliter juvenis. Il nudo acquista poi delicate morbidezze carnose nel IV secolo a.C., con lo scultore Prassitele: le figure appaiono in atteggiamento di riposo, in modo da creare un equilibrato rapporto tra i pieni ed i vuoti, apparendo con un modellato morbido e senza contrasti luministici. La superficie marmorea, coerentemente al tenue movimento del corpo, è trattata con delicate sfumature, con tenui trapassi chiaroscurali, con sottili vibrazioni, come in un continuo respiro atmosferico. La femminea levigatezza del nudo è una caratteristica prassitelica, mentre l’epidermide veniva ricoperta dalla ganosis, una miscela trasparente di olio e cera, che dava alle statue una calda tonalità ambrata. Di questo uso di dipingere le statue di marmo parla ancora Platone nella Repubblica (420 c-d)160. Il nudo ancora riacquisterà il guizzare dei muscoli tesi in Lisippo, rinnovatore nel IV secolo a.C. del canone policleteo: l’uomo, o meglio l’atleta, è rappresentato in uno qualsiasi dei suoi momenti giornalieri. Così l’artista rappresenta l’atleta nello sforzo, nella sofferenza, unto, coperto di polvere e di sudore. Il corpo si sposta continuamente, mutando così la distribuzione dei pesi e da ciò risulta anche una sinuosità della linea verticale. Si afferma inequivocabilmente la tridimensionalità e quindi l’esistenza concreta dell’uomo: la struttura corporea è snella, sottile e nervosa. Lisippo è il primo artista greco che rinuncia a cogliere l’assoluto, e che, accantonando la ricerca del divino, perché inconoscibile, si rivolge all’umano e quindi all’accidentale. L’estensione della figura nello spazio è rappresentata per la prima volta nell’atleta che si deterge di Lisippo, il cosiddetto Apoxyomenos, che è certamente la raffigurazione di un vincitore olimpico degli anni 330-320 a.C., a noi nota attraverso un’unica, ma buona copia, di età romana oggi ai Musei Vaticani. È qui evidente una nuova concezione corporea con le gambe lunghe e la testa notevolmente piccola e, contemporaneamente, la nuova concezione dell’atleta vincitore, non più raffigurato come umile offerente, come nel V secolo a.C., ma come un atleta affaticato dalla lotta che si raschia con vigore dal corpo l’olio e la polvere della palestra. L’originale doveva essere di bronzo, perché ciò rendeva più possibile far muovere la figura nello spazio. Il braccio destro proteso rende infatti evidente che ormai la figura stante vuole irrompere in modo autonomo nello spazio, rivolgendosi direttamente allo spettatore. Il ritmo è spiccatamente bilanciato ed oscillante ed in questa tarda opera di Lisippo sono ormai già poste le premesse della cosiddetta forma dell’effetto tipicamente ellenistica. Plinio (N.H. 34, 61 e 34, 65) ci ha tramandato il detto di Lisippo secondo il quale l’artista dovrebbe imitare la natura e non gli altri maestri, affermando egli di rappresentare gli uomini quali apparivano, mentre gli altri artisti li raffiguravano come erano. Ne derivava in modo evidente il nuovo carattere di verità dell’immagine basata sull’apparenza esterna: l’obbiettiva forma dell’esistere del classicismo maturo veniva abbandonata per una forma dell’apparenza molto più soggettiva. In età ellenistica poi il nudo acquisterà le più raffinate vibrazioni epidermiche, le più sontuose mollezze, un forte sommovimento turgido di volumi ed allora si arriverà a rappresentare con veristico virtuosismo il nudo infantile. Così si insiste sulla grazia delle carni paffute, sull’eleganza dei capelli ben acconciati, mentre le superfici, morbidamente levigate, lasciano trascorrere delicatamente la luce in un raffinato gioco di chiaroscuri, di lontana origine prassitelica. Non si esita così neppure a rappresentare la più ripugnante bruttezza, ora dovuta a malformazioni fisiche, ora direttamente alla vecchiaia: vecchie e vecchi avvizziti, ripugnanti, anche ubriachi, rasentano spesso la volgarità. Il realismo ellenistico raggiunge veramente l’apice in queste raffigurazioni di flaccide carni senili. Solo il neatticismo, verso la seconda metà del II secolo a.C., riesce a stemperare tale disfacimento fisico, grazie 324Il bello ideale come bello corporeo 160 PLATONE (Repubblica 420 c-d): “Se mentre si dipinge una statua si avvicina un tale e ci rimprovera di non dare i più bei colori alle parti più belle del corpo, avendo dipinto noi gli occhi, che sono davvero la parte più bella, non in rosso ma in nero, io credo che saremmo nel nostro diritto rispondendogli: o sorprendente uomo, non credere che si debbano dipingere occhi così belli che non sembrino più occhi, né così di altre parti; guarda piuttosto se, dando ad ogni parte quel che le è proprio, rendiamo bello tutto l’insieme”. 325 Il bello ideale come bello corporeo ad un tentativo, non totalmente riuscito, perché accademico, di far rinascere il periodo più alto della civiltà greca, quello appunto del V secolo a.C. Non si tratta però tanto di un nostalgico rimpianto dell’antica grandezza e della libertà perduta, quanto di soddisfare le sempre crescenti richieste che provengono dai collezionisti romani, i quali, quando non possono procurarsi gli originali dei grandi capolavori scultorei, se ne fanno eseguire delle copie, oppure acquistano statue che in qualche modo li riecheggiano. In qualche caso non mancano dei falsi spacciati per originali come ci tramanda Fedro nel quinto libro delle sue Favole161. I Romani dunque erano affascinati dall’arte greca, ma questa fu da Catone considerata veicolo di corruzione (Tito Livio, XXXIV, 4): “Le statue portate da Siracusa sono funeste per la nostra città, credetemi. Già sento lodare eccessivamente le opere di Corinto e di Atene e ridere delle immagini fittili degli dei Romani”. Tuttavia i rimproveri di Catone poco valsero se i Romani, in breve tempo, divennero degli smodati collezionisti, come Verre, e di ciò ci parla Cicerone nelle sue Verrine (II, IV, 59, 131-160, 135), fingendo, lui uomo coltissimo e collezionista, di non intendersi di opere d’arte e di parlarne solo perché costrettovi da una causa giudiziaria che sta trattando162. Per la città di Roma siamo comunque abbastanza bene informati grazie alle fonti scritte, che ci fanno sapere come, già in età mediorepubblicana (IV-III secolo a.C.), l’erezione di statue in luoghi pubblici fosse ormai divenuta un fenomeno normale163. Un’idea dell’effetto esercitato da questi monumenti è suggerita da un affresco di Pompei, dipinto nell’atrio di un bel complesso residenziale risalente agli ultimi anni di vita della città, i Praedia di Iulia Felix164. Anche all’interno degli edifici pubblici non mancavano corpi inanimati, i quali tramandavano non solo le fattezze dei notabili cittadini che erano personalmente intervenuti nella monumentalizzazione dei centri urbani, finanziando la costruzione e la decorazione di impianti destinati alle esigenze civiche, ma anche, naturalmente, quelle dell’imperatore e dei suoi famigliari, come se in questo modo si fosse voluta sottintendere una loro virtuale partecipazione alle attività che vi venivano svolte. Così un ciclo statuario come quello che, in fasi successive, fu offerto alla dinastia giulio-claudia nella basilica di Veleia, nell’Appennino piacentino, oltre a costituire un atto di lealismo verso la casa imperiale da parte del dedicante, il Lucio Calpurnio Pisone che aggiunse la propria immagine al gruppo, finiva anche per simboleggiare l’ideale presenza dell’imperatore all’attività giudiziaria che 161 FEDRO nel V libro delle sue Favole: “Se avrò interposto in qualche luogo il nome di Esopo, al quale già precedentemente ho reso il dovuto omaggio, sappi o lettore che l’ho fatto per acquistare prestigio: come fanno nella nostra epoca alcuni artisti che ottengono un prezzo maggiore per le loro opere, se hanno scritto su di un marmo moderno il nome di Prassitele, quello di Mirone su di un argento consunto, quello di Zeusi su di una tavola”. 162 CICERONE nelle Verrine (II, IV, 59, 131-160, 135): “I Greci hanno una straordinaria passione per queste cose che noi disprezziamo. Perciò i nostri avi permettevano facilmente che questi oggetti rimanessero in gran numero presso di loro, presso gli alleati, affinché sotto il nostro governo potessero vivere nel modo più decoroso e più florido; anche a quelli sottoposti a tributi di terra e di denaro lasciarono questi oggetti, affinché avessero come piacere e conforto, nella servitù, quelle frivolezze. Qual prezzo credete che i Reggini, che già sono cittadini romani, richiederebbero per lasciarsi portar via la famosa Venere marmorea? Quale i Tarantini per perdere l’Europa sul toro o il Satiro che hanno nel tempio di Vesta o le altre opere? Quale i Tespiesi per la statua di Eros, per cui soltanto si va a visitare Tespie? Quale gli Cnidi per la Venere marmorea, quale i Coi per quella dipinta, quale gli Efesi per l’Alessandro, quale i Cizicesi per l’Aiace o la Medea, quale i Rodi per l’Ialiso, quale gli Ateniesi per l’Iacco di marmo o per la Nave Paralia dipinta, o per la Vacca bronzea di Mirone? Troppo lungo e non necessario sarebbe ricordare quelle opere che sono da ammirare in tutta l’Asia ed in Grecia. Io enumero queste perché voglio che vi rendiate conto di qual dolore ricevano coloro dalle cui città vengono asportate”. 163 Il primo caso databile con certezza (338 a.C.) è quello della statua di Gaio Menio, eretta nel Foro Romano sopra una colonna per celebrare la vittoria da questi riportata su Anzio; nella stessa occasione furono anche fissati all’esterno del comitium i rostri delle navi catturate (Plin., Nat. hist. XXXIV, 20- 21, dove sono ricordate anche le colonne di Gaio Duilio e di Lucio Minucio). Vd. P. GROS, M. TORELLI, Storia dell’urbanistica. Il mondo romano, Roma-Bari 19943, pp. 94-95; T. HÖLSCHER, Monumenti statali e pubblico, Roma 1994, pp. 20 ss. 164 Il frammento si trova ora al Museo di Napoli. Vd. Pompei. Pitture e mosaici, vol. III, Roma 1991, pp. 256-257. si teneva nell’edificio, quasi a garantirne la validità e la conformità alle leggi165. Il corpo riprodotto in scultura, come si vede, non era perciò finalizzato soltanto alla mera celebrazione delle individualità più illustri, sia a livello locale sia a quello più elevato del potere centrale (un po’ come avviene ancora ai nostri tempi con le statue poste su piedistalli nelle piazze), ma fungeva spesso da indispensabile completamento degli spazi nei quali si collocava, valorizzandone le funzioni. In ambito pubblico, il corpo esaltato e moltiplicato dall’arte trovava una sua importante destinazione anche in ambienti completamente diversi, ad esempio negli impianti termali. I complessi più grandi e sontuosi, come le enormi terme realizzate a Roma da Traiano sull’Esquilino, o quelle di Caracalla e di Diocleziano, erano infatti arricchiti da abbondanti decorazioni scultoree, all’interno delle sale, in certi casi vastissime, riservate alle attività balneari166. Alcune delle più rinomate sculture giunte fino a noi dall’antichità facevano parte proprio delle raccolte contenute negli edifici termali: furono recuperati nelle aree occupate dai suddetti stabilimenti l’“Ercole” e il “Toro Farnese”167 oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e il famosissimo gruppo del Laocoonte168 ora ai Musei Vaticani. La familiarità che tutti avevano con le immagini mitologiche incarnate da simili figure scolpite è confermata dal fatto che evidentemente nessuno, in luoghi deputati al rilassamento e allo svago, doveva turbarsi trovando vicino a sé scene anche molto crude, con membra umane contorte negli spasimi dell’agonia, come quelle appunto rappresentate nei supplizi di Laocoonte e di Dirce (quest’ultimo è il soggetto del Toro Farnese). I corpi inanimati delle sculture, negli ambienti termali, si mescolavano perciò con naturalezza ai corpi nudi dei bagnanti che vi camminavano intorno, col risultato che potevano certo servire anche come modelli ai quali ispirarsi nella cura e nell’allenamento del fisico, almeno nel caso delle statue atletiche. Fra queste va ricordato il celeberrimo Apoxyomenos di Lisippo169 del quale è giunta a noi una sola copia ma il cui originale sappiamo che era stato collocato da Agrippa nelle terme da lui stesso edificate a Roma nel Campo Marzio170. Anche nei grandi monumenti celebrativi, espressamente innalzati da Roma per la glorificazione del proprio potere e delle proprie vittorie sui popoli nemici, la figura umana occupava sempre un posto fondamentale, anche se in modi differenti. Poteva trattarsi, infatti, dell’imma- 326Il bello ideale come bello corporeo 165 Il ciclo è oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Parma. Vd. E. LIPPOLIS, Cultura figurativa: la scultura “colta” tra età repubblicana e dinastia antonina, in M. MARINI CALVANI, R. CURINA, E. LIPPOLIS (a cura di), Aemilia. La cultura romana in Emilia Romagna dal III secolo a.C. all’età costantiniana (Catalogo della Mostra, Bologna 2000), Venezia 2000, p. 267 (250-278), con bibliografia. 166 Vd. in generale H. MANDERSCHEID, Die Skulpturenausstattung der kaiserzeitlichen Thermenanlagen, Berlin 1981; M. MARVIN, Freestanding sculptures from the Baths of Caracalla, in American Journal of Archaeology 87, 1983, pp. 347-384; C. GASPARRI, Sculture provenienti dalle Terme di Caracalla e Diocleziano, in Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, s. III, 6-7, 1983-1984, pp. 133-150. 167 Oltre ai lavori citati nella nota precedente, a proposito di queste due opere (provenienti esattamente dalle Terme di Caracalla) vd. almeno P. MORENO, Il Farnese ritrovato ed altri tipi di Eracle in riposo. Identificazione della statua colossale di Ercole nel Palazzo Reale di Caserta con quella Farnese dalle Terme di Carcalla già ritenuta scomparsa, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 94, 1982, pp. 379-526, dove è trattata in generale l’iconografia di Eracle in riposo, partendo dall’analisi di un’altra scultura colossale ritrovata tra le rovine dello stesso impianto termale e identificata dall’Autore in una statua conservata nella Reggia di Caserta (sulla scultura citata vd. specificamente pp. 502-503, nr. B.3.3); D. KRULL, Der Herakles vom Typ Farnese. Kopienkritische Untersuchung einer Schöpfung des Lysipp, Frankfurt am Main 1985, anche qui è trattato il tipo in generale (sull’“Ercole Farnese” vd. pp. 10-22, nr. 1); C. KUNZE, P. ZANKER, G. PRISCO, Il Toro Farnese. La “montagna di marmo” tra Roma e Napoli, Napoli 1991; B. ANDREAE, Il gruppo del Toro Farnese. Nuove considerazioni dopo il restauro, in Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Rendiconti 65, 1992-1993, pp. 1-10. 168 Esso venne ritrovato in un vano della Domus Aurea neroniana, che probabilmente, in seguito, era stato incorporato nelle Terme di Traiano. Vd. E. SEGALA, I. SCIORTINO, Domus Aurea, Milano 1999, pp. 41-45 e, da ultimo sul gruppo, S. SETTIS, Laocoonte. Forma e stile, Roma 1999. 169 Vd. V. RODIO, L’Apoxyomenos di Lisippo, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi, Bari 13, 1968, pp. 217-246; K. MOSER VON FILSECK, Der Apoxyomenos des Lysipp und das Phänomen von Zeit und Raum in der Plastik des 5. und 4. Jhs. v. Chr., Bonn 1988; M. WEBER, Zum griechischen Athletenbild. Zum Typus und zur Gattung des Originals der Apoxyomenosstatue im Vatikan, in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung 103, 1996, pp. 31-49. 170 Vd. E.M. STEINBY (a cura di), Lexicon Topographicum Urbis Romae, vol. V, Roma 1999, p. 41, s.v. Thermae Agrippae (40-42; G. Ghini). 327 Il bello ideale come bello corporeo gine colossale del vincitore, come la statua di Augusto sulla sommità del Trophée des Alpes a La Turbie, oppure dei rilievi realizzati per decorare monumenti di diversa tipologia, come le colonne coclidi di Traiano e di Marco Aurelio a Roma171, dove una moltitudine di figure esalta ancora oggi le imprese degli eserciti romani, riproducendo non solo gli scontri bellici, ma anche gli altri episodi che caratterizzarono l’andamento delle campagne di guerra qui immortalate. Gli scenari finora rievocati sfruttavano l’immagine umana in una dimensione pubblica, fruibile da tutti i cittadini indifferentemente. Anche all’interno delle case private erano impiegate in abbondanza raffigurazioni di corpi. I più lussuosi impianti domestici, infatti, erano analogamente abitati da una folla muta di figure che tenevano compagnia ai proprietari e a tutti coloro che frequentavano la casa, cioè gli amici, i visitatori e i clientes. Non mancavano interi cicli scultorei che popolavano le dimore, un po’ alla maniera di ciò che si è visto per gli spazi pubblici. L’esempio più sontuoso in questo senso è offerto dalla Villa dei Papiri di Ercolano, dove, nel corso del ’700, è stato riportato alla luce un cospicuo complesso di sculture, oggi custodite al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. In questo ampio corredo figurativo, in origine disseminato negli spazi più importanti della villa (soprattutto nei due peristili e negli ambienti a essi adiacenti), si possono riconoscere differenti nuclei tematici, i quali, con varie sfumature e suggestioni culturali, possono essere sostanzialmente ricondotti alla contrapposizione tra humanitas e ferinitas, un’antitesi cara alla cultura tardorepubblicana (ma non sono mancate interpretazioni differenti). Così i busti e le erme di poeti, oratori e filosofi rimandano direttamente ai paradigmi culturali cui gli esponenti delle classi elevate volevano ispirarsi, mentre i ritratti dei dinasti ellenistici, in un simile contesto, possono essere spiegati, oltre che come modelli più o meno confessati per i politici del periodo, anche come incarnazione della necessità, per i governanti, di agire secondo linee di comportamento guidate dall’intelletto. Le numerose figure appartenenti alla sfera dionisiaca, come i Sileni con otri e pantere, e a maggior ragione il noto gruppo che raffigura il bestiale accoppiamento tra Pan e una capra, si configurano invece come simboli della selvatichezza della natura non disciplinata dalla civilitas, in voluta contrapposizione con i personaggi, appena ricordati, che erano chiamati a rappresentare i valori superiori della cultura greco-romana172. I corredi scultorei disposti all’interno delle dimore private seguivano spesso programmi pianificati con cura, anche in rapporto alla funzione degli spazi dove venivano collocati173. Anche i giardini, che completavano le case e le ville più ricche, erano cosparsi di statue, di norma appartenenti alla cerchia delle divinità più vicine al mondo naturale e alla passionalità umana, cioè Bacco e Venere174. Tra le sculture più largamente impiegate in questo ambito, particolare fortuna ebbe l’Afrodite di Doidalsas, artista bitinio del III secolo a.C.; si tratta di un’opera nota da numerose repliche, che ripetono in marmo le forme dell’originale bronzeo175. L’immagine della dea, accovacciata nell’atto di bagnarsi, ben si prestava a essere collocata tra le piante di un giardino, magari vicino a una fontana. protagonisti dei pinakes, cioè i quadri che si fingevano inseriti nelle com- 171 Su questi monumenti cfr. Alterità etnica e conquista: lo straniero nell’arte romana, pubblicato dallo scrivente nel precedente numero di Griseldaonline, con bibliografia relativa. 172 Vd. in generale su questa interpretazione S. DE MARIA, Botteghe di artisti, botteghe di copisti, collezioni d’arte, in S. SETTIS (a cura di), Civiltà dei Romani. Un linguaggio comune, Milano 1993, pp. 221-224 (219-234). 173 Discussione ibid., p. 220. Tra i passi più significativi a questo proposito, si possono citare Ad Att. I, 4, 3, dove Cicerone esprime un giudizio favorevole su un’Hermathena (un’erma bifronte di Mercurio e Atena) che l’amico Attico gli aveva proposto di acquistare come ornamento per l’Accademia, cioè il ginnasio della sua villa di Tuscolo, e Ad fam. VII, 23, 2, dove rimprovera l’amico Fadio Gallo perché aveva acquistato statue di Baccanti che non erano adatte all’ambiente che dovevano arredare. 174 Vd. su questo tema P. GRIMAL, I giardini di Roma antica, Milano 1990 (ediz. orig. Les jardins romains, Paris 19843), soprattutto pp. 314 ss. 175 Sul prototipo e la sua diffusione vd. A. Corso, Nicomede I, Dedalsa e le Afroditi nude al bagno, in Numismatica e antichità classiche. Quaderni ticinesi 19, 1990, pp. 135-156. posizioni parietali176 e che generalmente rappresentavano scene desunte dalla mitologia greca. Ma vi erano anche figure introdotte all’interno dei sistemi ornamentali nelle maniere più svariate: personaggi fluttuanti, da soli o a coppie, al centro di campi uniformi di colore; minuscole cariatidi che sostenevano i fusti a volte esilissimi delle architetture dipinte; corpi talora di fantasia che entravano in punti diversi delle composizioni pittoriche, magari combinandosi con altri elementi vegetali a plasmare bizzarre metamorfosi177. La decorazione di certe stanze domestiche, restituita dagli scavi di Pompei, ricrea in alcuni casi delle vere e proprie pinacoteche, come le pareti dei due triclini della Casa dei Vettii, dipinte in un IV stile particolarmente sfarzoso (soprattutto quelle del triclinio p) nel corso degli ultimi decenni vissuti dalla città178. Gli spazi e gli ambienti che facevano da sfondo alla vita nel mondo romano erano dunque popolati da una massa incredibile di corpi fittizi, o riprodotti a tutto tondo dalla scultura o rievocati dalla pittura, con una complessità di suggestioni, e di rimandi anche ad ambiti esterni ai semplici fatti artistici, che oggi facciamo fatica a immaginare. Le attività pubbliche dei magistrati e dei notabili cittadini, le cerimonie religiose e i riti del potere, persino lo svago privato trovavano la propria collocazione in luoghi che erano animati da una folla di figure umane di ogni tipo. I modelli per tutte queste creazioni, che potevano essere sia rielaborazioni di schemi precedenti sia riproduzioni fedeli di opere del passato, sono generalmente greci, ma impiegati e moltiplicati in una maniera così ampia e pervasiva come il mondo greco non aveva probabilmente mai conosciuto. Roma finì per rappresentare il proprio potere e la propria cultura per mezzo di strumenti che in larga misura non erano nati per lei, ma coi quali decise che poteva comunque identificarsi. Siamo però in grado di registrare, alla luce degli esempi che sono stati riportati, l’incidenza fortissima che la rappresentazione del corpo umano, maschile e femminile, nudo e vestito, esercitava all’interno di questo processo e inevitabilmente anche nell’ambito della vita quotidiana. I Romani finiscono per accogliere largamente le creazioni greche e quindi anche il nudo greco che era collegato, come esaminato, con esse, ma nelle manifestazioni legate direttamente alla mentalità latina rifuggiranno dalla nudità considerata sul piano morale come fonte di corruzione, cioè come flagiti principium, in base alla definizione del poeta latino Ennio. Però nel desiderio di emulare i Greci anche i Romani, alla fine della repubblica, si faranno ritrarre prendendo a prestito modelli di nudi corpi eroici della grande statuaria greca e così generali, imperatori o più semplici ricchi commercianti assumeranno nelle loro statue corpi di Hermes, di Ares, di Zeus, di atleti e le signore romane quelli di Afrodite o di qualunque altra divinità femminile. Nonostante ciò la statua ritratto per eccellenza rimarrà sempre quella del togato, per il civile, e del loricato, per il militare, come in modo esplicito dichiara Plinio il Vecchio (N.H., XXXIV, 18) che riconosce: “È atteggiamento greco non coprire nessun corpo, al contrario romano aggiungere ai militari persino le corazze”. Anche nell’ambito dell’esercizio fisico i Romani rifiuteranno la completa nudità per gli atleti, considerandola particolarmente vergognosa e disdicevole; così Tacito (Ann., XIV, 20), nel ricordare i giochi istituiti da Nerone nella consuetudine greca, li giudica uno strumento di corruzione della gioventù. I Romani aggiungono e non tolgono nulla e le loro rappresentazioni sono testimoni semmai di un’attenzione diversa al corpo, l’attenzione dell’appetito, della sensualità di cui godere come vantaggio della loro civiltà. Tuttavia non parlano di perfezione con cognizione di causa anzi nel periodo imperiale e tardo-imperiale, la corrispondenza tra mondo delle virtù e corpo terreno viene meno. Gli imperatori Tito e Costantino sono valorosi, 328Il bello ideale come bello corporeo 176 A volte questi dipinti, realizzati da maestri specializzati nella loro esecuzione (i pictores imaginarii), erano veri pannelli lavorati a parte e poi montati nelle pareti. 177 Contro simili invenzioni si scagliò Vitruvio a causa della loro inverosimiglianza (De arch. VII 5, 3). L’architetto si riferiva precisamente agli ultimi sviluppi della pittura di II stile (40-20 a.C. ca.). 178 Vd. W. PETERS, La composizione delle pareti dipinte nella Casa dei Vetti a Pompei, in Mededelingen van het Nederlands Instituut te Rome 39, 1977, pp. 105-107 (95-128); R. LING, Roman Painting, Cambridge 1991, pp. 78-80. 329 Il bello ideale come bello corporeo buoni giusti ma non certamente idealizzati nel loro corpo, il realismo del periodo imperiale è inclemente con il principio “bello quindi buono”. Tanto che nel tardo impero si arriva quasi alla rinuncia nel raffigurare il corpo reale in favore di un corpo-codice: se scolpisco quattro figure umane abbracciate queste sono quattro uomini in armi vicini, se le scolpisco nel porfido rosso, simbolo appunto del potere imperiale, questi diventano quattro tetrarchi. Tuttavia una precisazione occorre concederla: il simbolo di Roma è la Lupa, quindi femmina, legata al mito, ovviamente, della fondazione della Città. Roma è, infatti, una città considerata senza tempo, mitologica, e come si dice oggi eterna. I Romani forniscono una datazione storica precisa per la nascita di Roma: il 21 aprile del 726 a.C.; infatti tale fondazione, nel mito, è stata compiuta da due uomini, maschi e fratelli per giunta, quindi è anche una azione storica umana; espressione di una volontà maschile. Figure femminili di primo piano sono la dea Vesta e le Vestali sue sacerdotesse, esprimenti un culto legato strettamente al fuoco, al focolare, alla terra e all’ambiente domestico. Una osservazione che vale tanto per il mondo greco quanto per il mondo romano, almeno dall’ellenismo in avanti; cioè, quando la cultura e il gusto greci si diffondono in tutto il Mediterraneo, il corpo femminile non è individuato univocamente: esso infatti può essere muliebre o virginale, due dati che non possono evidentemente essere dati contemporaneamente. Parliamo d’ordini architettonici: l’ordine dorico è maschile, è utilizzato per conferire forza agli edifici, rimanda a virtù maschili, l’ordine ionico, successivo, è muliebre, proprio di un mondo femminile divino, forte, fondativo; l’ordine corinzio, snello e proteso verso l’alto, verso la crescita, è l’ordine architettonico virginale, l’ordine con il quale si erigono i tempietti dei ninfei, i templi per le vestali e altro. Il corpo maschile è per così dire monovalente: l’uomo virtuoso sa che deve assolvere ad un compito prettamente storico e la sua forza, la “vis” romana, è raffigurata con il corpo dell’imperatore, del gladiatore, dell’uomo che siede in senato, del legionario. Proseguendo nel parallelo con il Cristianesimo, il corpo di Cristo il più delle volte è rappresentato con una perfezione anatomica degna di un nuotatore olimpionico, perché il suo simbolo deve essere forte, vincente per antonomasia, appunto quello dell’In Hoc Signo Vinces mostrato dall’angelo a Costantino nel 312 d.C., poco prima della battaglia di Ponte Milvio contro le truppe del “pagano” Massenzio. Funzione non più artistica o idealistica, ma semplicemente erotica acquisterà, durante la tarda antichità, la nudità negli spettacoli teatrali e nei cosiddetti tetimimi (cioè spettacoli con giochi femminili nell’acqua), mentre va levandosi sempre più forte la voce accusatoria dei Padri della Chiesa che condannano senza concessioni la nudità del corpo umano, “divino albergo dell’anima”. Si afferma così la nuova iconografia dell’arte cristiana che copre ormai sotto tuniche manicate e spessi mantelli tutti i corpi dei protagonisti del Vecchio e del Nuovo Testamento, con le significative eccezioni di Adamo, Eva, Giona e Daniele. Nel Rinascimento il corpo maschile riconquista la supremazia del simbolo; torna, infatti, la filosofia classica e le sue tanto care dicotomie: a Firenze se ne codifica una tutta particolare. Il macrocosmo divino, governato quasi geometricamente dalle forme della perfezione e dell’infallibilità e il microcosmo umano, terreno governato da leggi giuste e doverose, dalla fede e dalla scienza umana. Anello di congiunzione tra l’uno immanente nell’universo e l’altro insito nella natura dell’uomo è la proporzione geometrica. Il corpo umano maschile è iscritto nel cerchio e nel quadrato, prima da Francesco di Giorgio poi da Leonardo: è l’uomo vitruviano; egli non può essere una donna, la donna appartiene al mondo mitologico o al limite poetico cortese, mentre questo corpo è la rappresentazione di una conquista storica ed intellettuale. In questo senso, ed in questo momento, il corpo perfetto, matematicamente perfetto, è quello maschile. Se la rappresentazione della nudità, nata in ambito greco, tramonta nell’arte romana, in cui non trova accettazione se non in casi particolari, l’arte cristiana e l’arte bizantina danno invece evidenza al panneggio che ricopre quasi completamente i corpi. È soltanto con il riavvicinamento alla cultura ed all’arte greca nel Rinascimento italiano che il nudo riapparirà con una concezione quasi del tutto aderente a quella classica. Proprio sulla bellezza e sull’armonia del corpo umano scrive Leon Battista Alberti nel De re aedificatoria (VI, 2)179. Per l’Alberti, come per l’arte greca classica, elemento principale della concezione artistica è il principio di unità e quindi di bellezza corporea, che fa del resto dell’uomo un organismo perfettamente in armonia con lo stesso universo. Su ciò concorda anche il grande umanista Pico della Mirandola nel De hominis dignitate180. In questo caso lo studio dell’antichità classica, e quindi della rappresentazione corporea ad esso connesso, ha uno scopo ben preciso, perché proprio studiando i testi e le opere d’arte dell’antichità è possibile capire meglio l’uomo e l’umanità. Non è semplice imitazione, poiché il passato si fa presente e diventa quindi cultura, mentre la natura non è imitata, ma capita intellettualmente. Il nudo, nel Medioevo, è simbolo del peccato: si pensi solo ai peccatori nei “Giudizi Universali”. Nel Quattrocento però esso riacquista il suo autentico significato di purezza ideale, non contaminata dalla ipocrita sovrastruttura delle vesti. L’eroe dunque torna, come nell’antichità, ad essere rappresentato nudo, perché difeso soltanto dalla sua virtù morale. Un esempio ne è il cosiddetto “David” di Donatello (probabilmente si tratta di Mercurio uccisore di Argo, secondo il mito divulgato da Ovidio nelle Metamorfosi): classici sono il recupero della ponderazione policletea e la delicata luminosità delle superfici. Il David di Michelangelo è proprio quest’uomo rinascimentale, autore di se stesso, padrone del mondo che lo circonda, e quindi fiducioso nella superiorità della sua virtus, cioè della forza morale che è dentro di lui. Non si tratta dunque, nonostante la nudità classica, dell’uomo in assoluto, perfetto, secondo la concezione greca, bensì ormai dell’uomo moderno del quale si evidenziano prioritariamente più che le qualità fisiche quelle interiori. Infatti, anche se l’impianto è classico, per la ponderazione policletea, con la corrispondenza inversa fra arti inferiori e superiori, vi è un crescendo di interesse plastico, dal basso verso l’alto, in relazione alla differente importanza delle varie parti del corpo. Dalle gambe esili e lisce, si passa al busto dai possenti rilievi anatomici, per giungere alla testa, fulcro della composizione perché sede del pensiero, proprio quel pensiero che è guida di ogni azione umana. Non si tratta di un’opera sproporzionata, perché in realtà non esiste un metro unico per giudicare la rispondenza proporzionale delle varie parti tra loro: lo stesso canone policleteo è solo un modo, tra i tanti, per stabilire la media di quei rapporti ed è un modo adeguato all’epoca storica in cui è stato concepito, né per questo può essere assunto come modello intoccabile. Del resto l’impietosa critica che vuole questa statua michelangiolesca sproporzionata è errata, proprio perché le proporzioni corporee sono studiate da Michelangelo non come imitazione di quelle naturali, ma per rendere il significato dell’idea che ha preso forma nella statua. Anche le mani hanno una grandezza maggiore, ma perché devono esprimere, caricandosi di energia, una straordinaria potenza. Hanno una 330Il bello ideale come bello corporeo 179 LEON BATTISTA ALBERTI nel De re aedificatoria (VI, 2): Ad ogni modo, senza stare a dilungarci, definiremo la bellezza come l’armonia fra tutte le membra, nell’unità di cui fan parte, fondata sopra una legge precisa, per modo che non si possa aggiungere o togliere o cambiare nulla se non in peggio. Risultato questo di grande valore e quasi divino, per ottenere il quale è necessario impegnare tutto l’ingegno e tutta l’abilità tecnica di cui si è provvisti; e non accade di frequente che alcuno, nemmeno la natura, riesca a creare un’opera perfetta ed impeccabile in ogni sua parte. “Quanto sono rari i bei giovinetti ad Atene!” fa dire Cicerone ad un suo personaggio. Costui, fine intenditore di lineamenti, notava nei soggetti da lui non approvati qualche elemento in più o in meno di quel che le leggi della bellezza richiedessero. Ora se non mi sbaglio, facendo uso di ornamenti, cioè ricorrendo a tinture, nascondendo le parti che urtavan la vista, e lisciando e ponendo in risalto le parti più belle, si sarebbe ottenuto l’effetto di rendere in coloro meno fastidiose le une e più piacevoli le altre. Se ciò è vero, l’ornamento può definirsi come una sorta di bellezza ausiliaria o di completamento. Da quanto precede mi pare risultare che, mentre la bellezza vera e propria è una qualità intrinseca e quasi naturale che investe l’intera struttura dell’organismo che diciamo “bello”, l’ornamento ha l’aspetto di un attributo accessorio, aggiuntivo, piuttosto che naturale”. 180 PICO DELLA MIRANDOLA nel De hominis dignitate così afferma: “O suprema liberalità di Dio padre! O suprema e mirabile felicità dell’uomo! al quale è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole. I bruti nel nascere recano seco dal seno materno, come dice Lucilio, tutto quello che avranno. Gli spiriti superiori, o dall’inizio o poco dopo, furono ciò che saranno nei secoli dei secoli. Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi d’ogni vita. E secondo che ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. E se saranno vegetali, sarà pianta; se sensibili, sarà bestia; se razionali, diventerà animale celeste; se intellettuali, sarà angelo e figlio di Dio. Ma se, non contento della sorte di nessuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto un solo spirito con Dio, colui che fu posto sopra tutte le cose starà sopra tutte le cose”. 331 Il bello ideale come bello corporeo grandezza maggiore, come accade per la testa, perché sono lo strumento della ragione, cioè dell’abbattimento dell’enorme gigante che si suppone di fronte. Del resto lo stesso Michelangelo aveva scritto nella prima quartina di un suo sonetto: “Non ha l’ottimo artista alcun concetto Ch’un marmo solo in sé non circoscriva col suo soverchio, e solo a quello arriva la mano che obbedisce all’intelletto”. Dunque per il grande artista fiorentino la mano è lo strumento che esegue meccanicamente la volontà dell’intelletto, il quale non può avere nessuna idea che già non preesista all’interno del marmo. È, dunque, l’idea che vive eternamente e che l’artista ha il compito di liberare dalla materia, lottando con essa. La statua, e con essa la sua essenza corporea espressa nella nudità, vive già in potenza, entro il blocco informe: “Io intendo per scultura quella che si fa per forza di levare e non per via di torre” (lettera del 1550 al letterato e storico fiorentino Benedetto Varchi). È questa la teoria michelangiolesca, desunta da quelle affermazioni platoniche, seppure reinterpretate in chiave del tutto personale, esaminate all’inizio del capitolo. Se la visione di ciò che deve essere rappresentato è già; dunque, nella mente dell’artista, prima ancora di porre mano allo scalpello, l’esecuzione consisterà soltanto nel ricavare quella visione dal marmo, spogliandolo di ogni “soverchio” fino a lasciare libera l’immagine. Del resto già l’Alberti aveva scritto nel De Statua: “Gli scultori togliendo via quel che nella materia è di superfluo, scolpiscono, e fanno apparire nel marmo una forma, o figura d’huomo la quale vi era prima nascosta et in potentia”. Ora nel David l’eroe è gigantesco, e non fanciullo come avrebbe voluto il testo biblico, perché proprio la grandezza materiale ne simboleggia quella morale. È nudo perché è armato solo della propria virtù. È privo dei tradizionali attributi della spada e della testa del nemico, perché all’artista, più che narrare un fatto biblico, interessa rappresentare le qualità morali non di un uomo ma dell’uomo
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